Fossili di 70 milioni di anni in un quotidiano di un secolo fa

Esattamente un secolo fa, fra il 1920 e il 1921, ebbe luogo una delle più famose spedizioni paleontologiche nella storia di questa disciplina. Il luogo era il Canada, più precisamente l’area oggi nota come Dinosaur Provincial Park: a guidarla vi era una dei più importanti e autorevoli paleontologi del Ventesimo Secolo, George F. Sternberg.

Così come soprattutto nel 1800 ebbero luogo delle Corse all’Oro in varie parti del mondo, lo stato dell’Alberta fu protagonista fra il 1910 e il 1918 di qualcosa di analogo ma in relazione ai fossili, in particolare di dinosauri. In quegli anni però il governo canadese consentiva senza problemi l’esportazione pressoché incontrollata dei reperti, tanto che vi erano molti più esemplari esposti nei musei europei o statunitensi che in Canada.

George F. Sternberg proveniva da una famiglia di pionieri della paleontologia

Ma su iniziativa di John Allan, primo geologo presso l’Università dell’Alberta, le cose iniziarono a cambiare: partirono da lui le proposte della fondazione di un museo provinciale negli anni Venti e della protezione di aree denominate in seguito, era il 1955, Dinosaur Provincial Park (Parco Provinciale dei Dinosauri), Patrimonio dell’umanità UNESCO dal 1979. E sempre Allan, dopo aver acquisito dei reperti precedentemente raccolti da Sternberg in autonomia, reperì i finanziamenti per le spedizioni per conto del Geological Survey of Canada.

Dopo alcuni anni di sostanziale stop ai lavori dovuto al trasferimento di Sternberg al Chicago Field Museum, Allan lo convinse a tornare e subito dopo iniziarono le prime mostre di dinosauri organizzate dall’Università dell’Alberta (1935). Allan rimase a capo del dipartimento di geologia fino al 1949 e oggi il Museo di Storia Naturale della Fort Hays State University (Kansas) è intitolato a Sternberg.

E veniamo ai giorni nostri. Quella del laboratorio di Paleontologia dei Vertebrati è una delle 30 collezioni dell’Università dell’Alberta e può contare su 65000 campioni. Clive Coy, paleontologo presso la Facoltà di Scienze, facendo una ricerca fra i tanti campioni stoccati nelle tipiche strutture chiamate quonset ha effettuato una scoperta davvero particolare.

Dei pacchetti costituiti di carta di giornale tenuta insieme con dello spago conservano reperti che in base all’etichetta furono posti su quegli scaffali alla fine degli anni 60 o inizio dei 70, dopo essere stati raccolti durante le spedizioni del 1920-21. Si tratta di una ventina di pezzi fra cui particolare interesse presentano tre teschi di tartaruga.

Scartare i pacchetti. Oppure no?

All’epoca in cui i fossili furono estratti non erano disponibili le conoscenze e le tecnologie odierne per poterli datare con precisione: i ricercatori partivano anzi dal presupposto errato che il Gruppo Judith River, fra l’Alberta meridionale e il Montana, costituisse un unico deposito omogeneo dal punto di vista geologico. Oggi sappiamo invece che la parte più superficiale, la Bearpaw Formation, è quel che resta di un fondale oceanico formatosi al termine del Cretaceo mentre le tartarughe provengono dallo strato appena inferiore, la Dinosaur Park Formation, risalente a circa 75 milioni di anni fa e che contiene la maggior parte dei fossili del bacino.

Coy descrive il valore del ritrovamento come ben superiore a quello dei reperti: se infatti per le tre teste di tartaruga vale la pena aprire il pacchetto per sottoporle a ulteriori e più approfonditi esami, gli altri reperti verrebbero con ogni probabilità semplicemente trasferiti in una scatola. Il ricercatore ritiene sia come decidere se togliere o meno le bende a una mummia.

I restanti reperti non potrebbero apportare un significativo incremento nel bagaglio di conoscenze paleontologiche e costituiscono semmai, col quotidiano in cui sono avvolti, un’importante testimonianza che forse è meglio conservare intatta, in quanto parte della storia dell’Università dell’Alberta stessa.
Sarà comunque fonte di emozione esaminare i tre campioni di maggiore interesse, considerando che fu con ogni probabilità lo stesso Sternberg l’ultimo a posarvi lo sguardo ormai cento anni fa.

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