La dopamina: il neurotrasmettitore del piacere o del volere? (II parte)

Sembra ormai accertato che, se si volesse trovare una funzione principale per la dopamina, questa sarebbe quella di mediare la salienza verso un oggetto o una persona, ovvero permetterci di capire quali stimoli sono davvero importanti e meritevoli di essere ricercati nell’ambiente circostante.

Questo passaggio ci permette, in ogni caso, di comprendere l’equivoco che porta a considerare ancora oggi la dopamina per quello che non è, ovvero “l’ormone del piacere”. Quando parliamo di stimoli salienti, infatti, è facile ricollegarsi immediatamente al concetto di ricompensa.

Una sottile differenza concettuale, una grande differenza neurobiologica

Il cibo, il sesso e qualunque cosa ci faccia stare bene sono rinforzi positivi che determinano il rilascio di dopamina nel nucleus accumbens. La differenza sottile nel ruolo da attribuire a questo neurotrasmettitore, di conseguenza, può essere riassunta in quella tra “piacere” e “volere”.

I circuiti dopaminergici sembrano essere più associati alla sensazione di poter avere, in un certo qual senso, il controllo sull’esatta corrispondenza tra l’aspettativa che uno stimolo crea (ad esempio l’odore di un cibo che ci piace) e l’effettiva realizzazione dello scopo (mangiare quel cibo), piuttosto che alla sensazione che si prova quando il pasto verrà consumato.

Sicuramente le vecchie tecnologie impiegate per lo studio dei sistemi dopaminergici, a livello neurobiologico, hanno prodotto parte della confusione che ancora oggi ci porta a considerare la dopamina come l’ormone del piacere.

Per anni, infatti, è stato impossibile possedere una risoluzione adatta (soprattutto dal punto di vista spaziale) per comprendere la differenza tra network implicati nel piacere e quelli decisamente più coinvolti nella motivazione, e quindi nella volontà di ottenere qualcosa.

Detto in parole povere, sembra evidente come motivazione e piacere possano spesso andare insieme, quasi confondendosi, ma appare altrettanto chiaro come le due funzioni siano dissociabili (come dimostrato dallo psicobiologo Berridge), e quindi come sia effettivamente possibile volere qualcosa anche senza provare piacere.

Una spiegazione più realistica della dipendenza

A pensarci bene, questo ragionamento sembra anche più adatto a spiegare il fenomeno della dipendenza, la quale negli stadi più profondi comporta un’assunzione che spesso non porta in nessun modo piacere, e che allo stesso tempo contribuisce ad allontanare definitivamente persone care che invece i soggetti affetti da addiction vorrebbero con loro.

Più che il piacere derivato dalla droga, una insaziabile “voglia” della sostanza sembra poter modellare in maniera praticamente irreversibile i circuiti neurali interessati, portando il soggetto in questione a non avere più nessun controllo, a non poter scegliere da solo.

La dopamina senza estremizzazioni

In ultima analisi, è necessario chiarire come la dopamina, considerata non solo erroneamente l’ormone del piacere, ma anche la parola chiave per descrivere qualsiasi tipo di addiction, sia una nostra alleata e non una tentatrice capace di trascinarci nel baratro della dipendenza.

Ad oggi, si fa spesso riferimento alla dopamina anche quando si parla di dipendenza da smartphone o da social. Come per tutte le dipendenze, sicuramente la dopamina ha un ruolo fondamentale in questi generi di addiction sempre più comuni.

La differenza, però, sta tutta nella nostra esperienza e nelle nostre abitudini. La dopamina può salire alle stelle anche quando siamo presi da un buon libro, quando stiamo per incontrare persone con cui passare del tempo piacevole e quando consumiamo un buon pasto.

Siamo quindi noi, in fin dei conti, a scegliere come adoperare il nostro cervello, e a determinare il ruolo e l’efficacia delle piccole molecole abitanti il nostro organismo nel contribuire alla nostra salute fisica e mentale.

Fonti:

Berridge, K.C. (2004). Motivation concepts in behavioral neuroscience. Physiology and Behaviour. 2004;81(2):179–209.

Koob, G. F., Stinus, L., Le Moal, M., & Bloom, F. E. (1989). Opponent process theory of motivation: neurobiological evidence from studies of opiate dependence. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 13(2-3), 135-140.

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