Sembra ormai accertato che, se si volesse trovare una funzione principale per la dopamina, questa sarebbe quella di mediarela salienza verso un oggetto o una persona, ovvero permetterci di capire quali stimoli sono davvero importanti e meritevoli di essere ricercati nell’ambiente circostante.
Questo passaggio ci permette, in ogni caso, di comprendere l’equivoco che porta a considerare ancora oggi la dopaminaper quello che non è, ovvero“l’ormone del piacere”. Quando parliamo di stimoli salienti, infatti, è facile ricollegarsi immediatamente al concetto diricompensa.
Una sottile differenza concettuale, una grande differenza neurobiologica
Il cibo, il sesso e qualunque cosa ci faccia stare bene sonorinforzi positiviche determinano il rilascio didopaminanelnucleus accumbens. La differenza sottile nel ruolo da attribuire a questo neurotrasmettitore, di conseguenza, può essere riassunta in quellatra “piacere” e “volere”.
I circuiti dopaminergici sembrano essere più associati alla sensazione di poter avere, in un certo qual senso,il controllo sull’esatta corrispondenza tra l’aspettativa che uno stimolo crea(ad esempio l’odore di un cibo che ci piace)e l’effettiva realizzazione dello scopo(mangiare quel cibo), piuttosto che allasensazione che si prova quando il pasto verrà consumato.
Sicuramente le vecchie tecnologie impiegate per lo studio deisistemi dopaminergici, a livello neurobiologico, hanno prodottoparte della confusioneche ancora oggi ci porta a considerare la dopamina come l’ormone del piacere.
Per anni, infatti, è stato impossibile possedere unarisoluzione adatta(soprattutto dal punto di vista spaziale) per comprendere la differenza tranetwork implicati nel piaceree quelli decisamente più coinvolti nellamotivazione, e quindi nella volontà di ottenere qualcosa.
Detto in parole povere, sembra evidente comemotivazione e piacerepossano spesso andare insieme, quasi confondendosi, ma appare altrettanto chiaro comele due funzioni siano dissociabili(come dimostrato dallo psicobiologo Berridge), e quindi come sia effettivamente possibilevolere qualcosa anche senza provare piacere.
Una spiegazione più realistica della dipendenza
A pensarci bene, questo ragionamento sembra anche più adatto a spiegare il fenomeno delladipendenza, la quale negli stadi più profondi comporta un’assunzione che spessonon porta in nessun modo piacere, e che allo stesso tempo contribuisce ad allontanare definitivamente persone care che invece i soggetti affetti da addiction vorrebbero con loro.
Più che il piacere derivato dalla droga,una insaziabile “voglia” della sostanzasembra poter modellare in maniera praticamente irreversibile i circuiti neurali interessati, portando il soggetto in questione anon avere più nessun controllo, a non poter scegliere da solo.
La dopamina senza estremizzazioni
In ultima analisi, è necessario chiarire come ladopamina, considerata non solo erroneamente l’ormone del piacere, ma anche la parola chiave per descrivere qualsiasi tipo diaddiction, sia una nostra alleata enon una tentatricecapace di trascinarci nel baratro della dipendenza.
Ad oggi, si fa spesso riferimento alla dopamina anche quando si parla didipendenza da smartphone o da social. Come per tutte le dipendenze, sicuramente la dopamina ha un ruolo fondamentale in questi generi di addiction sempre più comuni.
La differenza, però, sta tutta nella nostra esperienza e nelle nostre abitudini. Ladopaminapuò salire alle stelle anche quandosiamo presi da un buon libro, quando stiamo per incontrare persone con cuipassare del tempo piacevolee quandoconsumiamo un buon pasto.
Siamo quindi noi, in fin dei conti, a sceglierecome adoperare il nostro cervello, e a determinare il ruolo e l’efficacia delle piccole molecole abitanti il nostro organismo nel contribuire alla nostra salute fisica e mentale.
Fonti:
Berridge, K.C. (2004). Motivation concepts in behavioral neuroscience. Physiology and Behaviour. 2004;81(2):179–209.
Koob, G. F., Stinus, L., Le Moal, M., & Bloom, F. E. (1989). Opponent process theory of motivation: neurobiological evidence from studies of opiate dependence. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 13(2-3), 135-140.
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