Schadenfreude: la felicità derivata dalle disgrazie altrui

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Un signore vestito di tutto punto sta per attraversare la strada in una giornata uggiosa. Proprio nel momento in cui ci fermiamo a fissare il suo abito elegante, un’auto sfreccia davanti a lui, inondandolo con una pozzanghera dalla quale acqua e sporcizia esplodono come una bomba.

Ridiamo di gusto per qualche secondo. Poi forse, in un secondo momento, ci sentiamo in colpa come se il bagno forzato a cui era stato sottoposto fosse stato opera nostra.

Quello che abbiamo sperimentato, quel momento di malsana felicità per la disavventura dell’estraneo, trova la sua piena espressione nella parola tedesca schadenfreude, una parola intraducibile in italiano con un unico termine, che fa esplicito riferimento alla sensazione di gioia (freude) che si prova per i danni (schaden) subiti da qualcun altro.

Per quanto si possa essere convinti di possedere un animo nobile, scavando a fondo si scoprirà che sono state diverse (probabilmente numerose) le volte nelle quali abbiamo esperito questa sensazione tutto sommato umana, probabilmente inevitabile.

Uno studio abbastanza recente di Avenanti ha ricercato quelle che potrebbero essere le basi neurologiche di questo fenomeno, utilizzandolo per studiare gli effetti della discriminazione razziale. A 40 soggetti, divisi in bianchi e neri, veniva mostrata l’immagine di un ago che punge una mano nera e una bianca.

La stimolazione della corteccia motoria indicava, effettivamente, l’esistenza di un diverso grado di eccitabilità neurale a seconda del fatto che venisse punta la mano appartenente all’ingroup o all’outgroup. I soggetti mostravano una scarsa empatia per il dolore dell’altro gruppo.

L’attivazione di un’area chiamata insula anteriore, inoltre, rifletteva il bias della reazione empatica verso i membri dell’ingroup: il dolore provato nei loro confronti risultava maggiore rispetto al dolore associato agli altri soggetti.

Inoltre, tanto più nei partecipanti si attivava il nucleo accumbes (un’area implicata nel circuito della ricompensa) se assistevano al dolore di un membro dell’outgroup, tanto meno erano disposti ad aiutare l’outgroup.

Questo risultato sottolinea come assistere al dolore di un gruppo a noi avverso attivi un meccanismo contrario a quello empatico, che può essere categorizzato come schadenfreude.

Da un punto di vista prettamente psicologico, è probabile che la schadenfreude ci aiuti ad affrontare i fallimenti che sono solo nostri, e che con gli altri non hanno niente a che fare. Guardare sbagliare qualcuno ci rasserena e ci alleggerisce, ricordandoci che chiunque può incorrere in un errore.

Tornando al nostro primo esempio, probabilmente la soluzione migliore sarebbe quella di ridere sotto i baffi: godere della scena del signore con l’abito totalmente fradicio senza che nessuno se ne accorga, passando avanti prima che qualche macchina infradici anche noi, e qualcuno ne approfitti per risollevare a sua volta la propria giornata.

di Daniele Sasso

Author: Daniele Sasso

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