La profezia autoverificantesi: come la rigidità delle proprie idee può influire sulla realtà

Capita, alle volte, che se si affronta un colloquio con l’ansia di sbagliare, si possa poi effettivamente incorrere in una figuraccia. Allo stesso modo, le persone che si lamentano spesso di essere sfortunate sembrano attirare su di loro più eventi spiacevoli di chi, al contrario, è convinto di essere nato sotto una buona stella.

Quello che avviene, probabilmente, ha poco a che vedere con la fortuna e la sfortuna, ma piuttosto dipende dall’atteggiamento che gli individui esercitano nei confronti di ciò che li circonda.

In psicologia e sociologia, per profezia autoverificantesi si intende quella che viene definita come una strategia di verifica positiva. Ognuno tende a cercare degli schemi, in quello che gli accade durante la giornata, che siano in grado di confermare le proprie aspettative, le proprie idee su un argomento o su una persona.

Di fatto siamo in grado, spesso a nostro discapito, di tagliare fuori tutti quegli elementi che non confermano un’idea che già abbiamo in testa, lasciando integre solo quelle informazioni che invece ci permettono di avvalorarla.

Ciò non accade solo con noi stessi, ma anche con gli altri. La profezia autoverificantesi in ambito educativo viene chiamata effetto Pigmalione (o effetto Rosenthal), ed è riassumibile come la capacità delle aspettative degli insegnanti di influenzare le prestazioni degli studenti.

Negli anni settanta Robert Rosenthal dimostrò questa influenza con un esperimento molto semplice:

Ad alcuni alunni di scuola elementare venne somministrato un test intellettuale, i cui risultati (che erano del tutto casuali) furono poi comunicati ai docenti, al fine di produrre in loro delle aspettative sugli alunni in apparenza più promettenti.

Qualche mese dopo, un altro test intellettuale mostrò un aumento dei punteggi dei ragazzi considerati più promettenti: le aspettative degli insegnanti avevano incredibilmente prodotto degli effetti sulle loro prestazioni in base alle attese.

Questo perché gli insegnanti, basandosi sui falsi risultati che gli erano stati forniti, davano più attenzione e feedback positivi a quegli studenti che consideravano più promettenti.

L’esperimento dimostra come gli schemi mentali, ovvero delle strade “veloci” che ci permettono di gestire quello che ci capita in modo più rapido, non sempre siano efficaci. Alle volte infatti questi possono portare a delle opinioni errate, le quali influenzano in maniera negativa la nostra vita e quella di chi abbiamo intorno.

Una maggiore elasticità invece ci permette di acquisire informazioni nuovi anche a costo di disconfermare quelle che ritenevamo certe.

di Daniele Sasso

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