IlPhloeomys pallidusin italiano è noto comeratto delle cortecce gigante settentrionale, ma il suo appellativo anglofonogiant cloud rats, ratto gigante delle nuvole, oltre a esser forse più evocativo indica con persino maggior chiarezza l’habitat di questo roditore, ovvero le cime degli alberi sulle nebbiose montagne di un’isola delle Filippine.
Topi arboricoli simili a marmotte
Più strettamente imparentati con i topi, nel loro ambiente questi roditorioccupano la stessa nicchia ecologica delle marmotte o degli scoiattoliin Europa e Nordamerica e anche nell’aspetto risulterebbero senza dubbio a molti piuttosto gradevoli, a partire dallafolta pelliccia.
La sorpresa giunge in particolare dall’isola di Luzon: i ricercatori stavano esaminando la grotta dellaformazione calcarea del Callaodove nel 2019 furono ritrovatii resti dell’Homo luzonensis, sperando di poterne ampliare la conoscenza. Ma, in qualche modo associati agli antichi ominidi, ecco spuntare i fossili di bentre nuove specie di ratti giganti.
Tre specie finora sconosciute in appena una cinquantina di frammenti: qualche piccolo pezzo di osso ma soprattutto denti, che si preservano meglio grazie al duro smalto che li ricopre. Parte dei campioni è stata recuperata all’interno delMuseo Nazionale delle Filippine, dov’erano conservati da oltre quarant’anni in attesa di essere studiati ma non ancora identificati.
La comparazione di questi relativamente pochi resti con le 18 specie viventi di ratti giganti delle nuvole ha consentito di ricostruire quello che doveva essere l’aspetto dei loro antenati. Il più grande doveva pensare intorno al chilo, ovvero il triplo di uno scoiattolo europeo e dotato di una coda simile, ed erano tutti dotati di uno stomaco dalle generose dimensioni dove i vegetali di cui si nutrivano potevano fermentare, un po’ come fanno i bovini.
Per scovare i fossili di piccoli mammiferi è necessario passare al setaccio depositi all’interno di cave
I tre frammenti di uno dei nuovi ratti si trovavanonella stessa stratificazione dell’Homo luzonensis, risalente a 67.000 anni fa; i campioni appartenenti agli altri due sono invece molto più recenti, hanno2000 anni o meno. E si tratta di una scoperta significativa poiché implica i roditori furono, in Indonesia,una specie resilientein grado di superare i cambiamenti climatici (passando persino da una glaciazione ai climi tropicali) dove altri mammiferi dovettero cedere, salvo poi estinguersi in epoca recente.
Non è chiara quindi la causa dell’estinzione, mai primi manufatti neolitici sull’isolarisalgono proprio a duemila anni fa in contemporanea con l’introduzione di cani, maiali e scimmie. Quindi, sebbene in base a quanto ne sappiamo oggi non sia affatto certo, è probabile anche in questo casola presenza umanaabbia giocato un ruolo nella scomparsa di un’intera specie.
Proprio il proseguimento degli studi sui piccoli mammiferi, settore finora trascurato nelle Filippine in favore della ricerca sugli esemplari di grandi dimensioni più facilmente reperibili in depositi all’aperto, potrà rivelarsi particolarmente proficua nell’ottica di studi tesi a comprenderein che modo i cambiamenti climatici e l’attività umanaabbiano influito sull’eccezionale biodiversità dell’arcipelago. Un bagaglio di conoscenze che potrebbe rivelarsi prezioso nell’evitare future analoghe estinzioni.
Fonte:“Three new extinct species from the endemic Philippine cloud rat radiation (Rodentia, Muridae, Phloeomyini)”di Janine Ochoa, Armand S. B. Mijares, Philip J. Piper, Marian C. Reyes e Lawrence R. Heaney, 23 aprile 2021,Journal of Mammalogy.






