Valhalla: la credenza vichinga in un glorioso aldilà che rinvigoriva i guerrieri (II parte)

Non solo Eric Ascia Insanguinata e Haakon il Buono: il Valhalla, secondo i vichinghi, avrebbe accolto anche Ragnar Lothbrok, un eroe vichingo danese passato alla leggenda per la sua spavalderia, anche davanti ad una morte crudele.

Le saghe vichinghe su Haakon il Buono, re di Norvegia dal 934 al 961, descrivono i preparativi per il suo ingresso nel Valhalla.

Nella poesia del 990, Hakonarmal, gli dei nordici Hermod e Bragi chiedono a Odino di accogliere Haakon nel Valhalla:

“Hermod e Bragi dissero a Odino: vai a incontrare il monarca, perché un re sta arrivando qui nella sala, che è considerato un campione.”

Mentre le poesie descrivono le numerose vittorie sulla Terra di Eric Ascia Insanguinata e Haakon il Buono, si credeva che le loro più grandi battaglie le avessero combattute durante lo scontro finale del Ragnarok.

Ragnar Lothbrok, una grande morte vichinga

Tra i guerrieri più leggendari del Valhalla c’era Ragnar Lothbrok, un eroe vichingo danese del IX secolo le cui imprese riempiono pagine di cronache norrene.

Anche se gli storici non sono ancora sicuri se Ragnar sia esistito come un vero uomo (o come veri uomini), o se sia stato creato da decenni di mitologia norrena, questo guerriero è stato celebrato per secoli (ed è tuttora conosciuto) per la sua spavalderia, anche davanti ad una morte agonizzante.

Nella poesia del XII secolo, La canzone di morte di Ragnar Lothbrok, i lettori vengono a conoscenza dell’eroico destino di questo vichingo.

Ragnar intendeva salpare per l’Inghilterra e giurò che l’avrebbe conquistata con una flotta di sole due navi.

Dopo alcune vittorie in tutta l’isola, fu catturato dal re della Northumbria Aella.

Il re fece gettare Ragnar in una fossa di serpenti, sperando che avesse subito una morte lenta e dolorosa.

In quel momento di quella che sembrava essere un’inevitabile sconfitta, Ragnar compose una canzone di morte, in cui raccontava su come il Valhalla stesse aspettando il suo arrivo.

Il suo verso finale si conclude con la dichiarazione: “ridendo morirò”.

Passaggi come questi mostrano come la mitologia abbia attribuito una mentalità senza paura ai guerrieri vichinghi.

La scelta, per i Vichinghi, non era tra vivere e morire, come potrebbe essere per noi “moderni”.

La scelta era tra morire male e morire bene il giorno in cui sarebbero morti comunque. Fatalista, certo, ma che ancora oggi ci fa riflettere sul nostro approccio che abbiamo sviluppato con la morte e l’aldilà nel corso dei secoli.

Di Francesca Orelli

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