50 anni senza Giuseppe Ungaretti, il poeta ermetico che con “L’Allegria” rivoluzionò la letteratura italiana del XX secolo

Il 2 giugno 2020, Festa della Repubblica, quest’anno avrà un sapore più particolare: non solo perché, a distanza di quasi tre mesi dall’annuncio del lockdown, sarà il giorno della tanto attesa (e sospirata) Vigilia della riapertura delle regioni italiane, ma anche perché sarà il giorno del 50esimo anniversario della morte di Giuseppe Ungaretti.

Il padre dell’Ermetismo Italiano si spense infatti il 2 giugno 1970, a Milano, dopo essersi ammalato di broncopneumonia durante il suo ultimo viaggio a New York City, dove era stato invitato solo qualche giorno prima dall’Università dell’Oklahoma per ritirare il Neustadt International Prize for Literature.

Fu il primo, e unico, scrittore italiano a ricevere questo prestigioso riconoscimento per la sua opera.

50 anni senza Giuseppe Ungaretti: la nascita di un mito

Giuseppe Ungaretti, nato l’8 febbraio 1888 ad Alessandria d’Egitto da genitori toscani, è stato uno degli autori ad aver dato il maggiore contributo alla letteratura italiana del XX secolo.

Noto per il suo istrionico modo di parlare, e anche di leggere le sue poesie, Ungaretti venne influenzato in maniera importante dal Simbolismo e, per un breve periodo, fu anche un acceso sostenitore del Futurismo.

Come molti futuristi, sostenne il sì per un intervento bellico dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, pensando che dopo la guerra sarebbe sorto un futuro migliore.

Sogno che, guarda caso, vide infrangersi durante le estenuanti battaglie nelle trincee, dove il terrore, la paura e l’odore di morte non solo lo spinsero a gettarsi a capofitto nella poesia, ma anche a rivedere le sue posizioni sulla guerra.

Proprio durante il periodo in cui si trovava a combattere nelle trincee, Ungaretti pubblicò una delle sue poesie più conosciute, ovvero L’Allegria.

Sebbene in un primo momento rimase incantato dalle idee dei dadaisti, alla fine il poeta decise di sviluppare una propria corrente personale: l’Ermetismo.

Trascorse diversi anni della sua vita in Brasile e, nel 1942 (e in piena Seconda Guerra Mondiale), ritornò in Italia, dove venne ricevuto tra mille onori dagli ufficiali, e gli venne assegnata una cattedra all’Università di Roma.

Con la fine della guerra, e con la caduta di Mussolini (di cui Ungaretti, prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, era stato un collaboratore), il poeta venne espulso dall’università a causa delle sue connessioni con i fascisti.

Venne però riammesso, e tornò anche ad insegnare Letteratura Italiana Moderna, quando i suoi colleghi, votando a suo favore, ne chiesero l’immediato ritorno.

L’Allegria: perché la sua composizione è stata un momento così decisivo per la storia della letteratura italiana contemporanea?

L’Allegria, intitolata precedentemente L’Allegria di Naufragi da Giuseppe Ungaretti, rappresenta ancora oggi un momento decisivo per la recente storia della letteratura italiana.

Ungaretti rivoluzionò, mettendo molti tratti tipici della prosa, lo stile poetico dei cosiddetti poètes maudits (in particolare i versi spezzati, e senza interpunzione, di Guillaume Apollinaire e l’uguaglianza tra il verso e la singola parola), connettendolo alla sua esperienza di morte e di dolore come soldato durante la Prima Guerra Mondiale.

La speranza di fratellanza tra tutti i popoli, in Ungaretti, viene espressa in modo potente, insieme al suo desiderio di ricerca di una rinnovata “armonia” con l’universo.

Ne sono un esempio i versi di Mattina, conosciuti ancora oggi, e a memoria, da migliaia di persone, anche non appartenenti al mondo accademico:

Mi illumino di immenso.”

Una famosa poesia, riguardante la Prima Guerra Mondiale, è invece Soldati:

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.”

Nelle opere successive Ungaretti analizzò l’importanza della parola poetica (che in lui, e lo ricordiamo, era molto influenzata dal suo Ermetismo e dal Simbolismo dei poètes maudits), ritenendola l’unica strada per salvare l’umanità dall’orrore universale (della guerra, ma non solo) e, nello stesso tempo, iniziò a cercare un nuovo modo per recuperare le radici della poesia italiana classica.

I suoi ultimi versi si trovano nella poesia L’impietrito e il velluto, che riportano alla memoria lo splendente universo dotato di occhi che è Dunja, una donna anziana che venne ospitata da sua madre durante la sua infanzia nella Baia di Kotor.

Questi sono i versi finali:

Il velluto dello sguardo di Dunja, Fulmineo torna presente pietà.”

Di Francesca Orelli

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