La Storia della Filosofia Occidentale – Capitolo IV: Pitagora

La figura di Pitagora è avvolta nel mito e nel mistero. Nato a Samo intorno al 570 a.C. e morto in Italia intorno al 496, non lasciò scritti, ma una serie di leggende che lo riguardano ci invitano a considerarlo come un profeta in grado di compiere miracoli e parlare con gli dei.

La setta da lui costituita a Crotone considera la scienza come un mezzo attraverso il quale liberare la propria anima e condurla alla salvezza. Il corpo e l’esistenza umana non sarebbero altro che una prigione dalla quale è possibile divincolarsi solo grazie alla filosofia, ovvero attraverso ai riti purificatori messi in atto insieme ai suoi seguaci, e al raggiungimento della saggezza.

Sarà solo con l’inizio delle persecuzioni nei confronti dei pitagorici nell’Italia meridionale, che il loro credo verrà promulgato anche al di fuori della Magna Grecia da filosofi come Timeo e Filolao, almeno secondo quanto riportato da Aristotele.

Uno dei lasciti più importanti del filosofo di Samo riguarda la concezione della matematica come il più importante codice attraverso il quale comprendere la realtà. Un’intuizione che porrà le basi della scienza moderna e che sarà possibile ritrovare anche negli scritti di Platone.

Tra le idee precorritrici dei pitagorici, però, è impossibile non prendere in considerazione anche l’eliocentrismo, ovvero l’ipotesi che sia la terra a girare intorno al sole, e l’encefalocentrismo, secondo il quale è il cervello (e non il cuore) il centro della vita spirituale dall’uomo.

Termini quantitativi come il punto, la linea, la superficie e l’angolo sono solo alcuni dei concetti geometrici introdotti dalla setta di Pitagora, il quale aveva posto le basi della sua conoscenza nei viaggi condotti presso i popoli orientali e in Egitto.

La filosofia pitagorica asserisce che il numero è la sostanza delle cose, e sostituisce elementi naturali come l’acqua (Talete), o l’aria (Anassimene) con il rigore di un insieme di unità considerate identiche ai punti geometrici. Il carattere oggettivo e misurabile della natura emerge come il principio attraverso il quale è possibile analizzarla.

La sacra figura della tetraktýs rappresenta un triangolo che ha il 4 per lato ed è formato da 10 unità (10 viene considerato il numero perfetto). Le figure geometriche, in tal senso, costituiscono un ordinamento di punti nello spazio espresso attraverso il numero.

L’ordine misurabile definisce il mondo, i cui singoli elementi sono riducibili a delle composizioni geometriche attraverso le quali è possibile spiegare le esperienze degli uomini: dal passare delle stagioni al movimento degli astri, fino ad arrivare alla musica. Quest’ultima è considerata la scienza dell’armonia, ed è in grado di esprimere attraverso i rapporti numerici musicali il modello di qualsiasi armonia presente nell’universo.

I numeri, inoltre, trovano i loro opposti nei pari e nei dispari. Mentre i primi rappresentano entità illimitate e non terminate, i secondi invece sono limitati e compiuti, poiché possiedono un termine che completa la loro figura.

In seguito, i pitagorici arriveranno a descrivere dieci opposizioni totali rintracciabili in natura, e attribuiranno generalmente il bene e la perfezione ai numeri dispari, mentre l’imperfezione ed il male saranno considerate accomunabili ai pari e all’illimitato.

Un’altra dottrina attribuibile ai pitagorici, infine, è quella della metempsicosi: l’anima, dopo la morte, può trasmigrare in corpi di altri esseri viventi, lasciando il proprio. Diogene Laerzio ci ricorda le storie secondo le quali Pitagora avrebbe ricordato precisamente le diverse vite attraversate, non solo di esseri umani, ma anche di animali e piante.

di Daniele Sasso

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