Nuovo metodo ecosostenibile per la tintura dei blue jeans (e non solo)

“L’industria tessile è un classico esempio di inquinatore ambientale, e una delle principali cause di inquinamento in questa industria è la colorazione” spiega Sergiy Minko, fra gli autori della ricerca dell’Università della Georgia (Stati Uniti) che propone un metodo innovativo per ridurre drasticamente questo particolare problema.

Si ritiene la sostanza colorante nota come indaco fosse in uso già nell’Asia di 4000 anni fa (il nome stesso deriva da India, che ne fu il principale produttore). All’epoca e fino a tempi recenti veniva estratta dalle foglie di piante come l’Indigofera tinctoria o il guado (Isatis tinctoria), di ampio utilizzo anche in Italia fra il XIII e il XVIII secolo.

La lunga storia dell’indaco

L’indigofera divenne un’importante coltivazione da reddito in America a partire dal 1700 ma dalla fine del 1800 cominciò ad essere sostituita con la versione sintetica. In entrambi i casi, comunque, è necessario un lungo procedimento per la tintura e se consideriamo che commercialmente l’indaco è IL colore dei blue jeans, di cui vengono vendute due miliardi di paia ogni anno nel mondo, è facile comprendere l’importanza commerciale della tinta e anche dei problemi derivanti.

L’industria del denim fa uso ogni anno di 45.000 tonnellate di indaco sintetico, 84.000 tonnellate di idrosolfito di sodio e 53.000 tonnellate di soda caustica. Si tratta degli “ingredienti” necessari per fissare la tinta al tessuto, insieme a una quantità d’acqua variabile fra i 50 e i 100 litri per ogni singolo jeans.

Il processo prevede inoltre che il capo d’abbigliamento sia immerso nella soluzione fino a otto volte per garantire un’efficacia nella copertura della tinta pari al 70-80%. Il metodo semplificato messo a punto dai ricercatori prevede invece l’eliminazione totale delle componenti chimiche nocive e un notevole risparmio di acqua e di tempo, essendo necessaria una sola immersione che garantisce oltretutto un’efficacia nella copertura fino al 90%.

Il procedimento è applicabile sia alle tinte naturali che a quelle sintetiche

Il nuovo metodo consiste nell’unire la tinta a fibrille di nanocellulosa, un materiale che negli ultimi anni sta trovando sempre maggiori impieghi. Si crea una specie di colla depositandosi saldamente sulle fibre del tessuto gli fa assumere il colore desiderato. Non ci sono differenze nel risultato finale rispetto ai metodi tradizionali sotto tutti i punti di vista: spessore, peso e flessibilità del tessuto dopo l’aggiunta della tinta con entrambe le modalità sono esattamente gli stessi.

La creazione di sfumature nei vari colori risulta altrettanto semplice e la crescente richiesta di prodotti ecosostenibili da parte dell’acquirente finale unita a leggi sempre più restrittive in merito all’inquinamento industriale rendono innovazioni di questo genere molto appetibili per aziende grandi e piccole.

Per ulteriori informazioni: Environment-friendly nanocellulose-indigo dyeing of textiles di Smriti Rai, Raha Saremi, Suraj Sharma e Sergiy Minko, Green Chemistry (2021).

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