L’asfalto come fonte di inquinamento atmosferico

Nelle afose giornate estive nei centri urbani sale al naso il tipico odore di asfalto. La differenza fra l’avere sotto i piedi l’asfalto oppure un prato o anche solo terra battuta è evidente soprattutto dall’intensità del calore rilasciato, ma in quel tipico odore si nasconde anche altro.

Uno studio apparso su Science Advances evidenzia infatti come l’asfalto costituisca un’importante e finora sottovalutata fonte di aerosol organico secondario (SOA è l’acronimo in lingua inglese).

Esistono svariate miscele di asfalto, variabili anche in funzione dei diversi utilizzi

In città, dove l’uso dell’asfalto è massiccio e nemmeno limitato al manto stradale (si pensi ad alcune tipologie di tetti o terrazzi, per esempio) il rilascio di questa componente inquinante e generatrice di particolato (polveri sottili) potrebbe essere superiore a quello provocato dal traffico di veicoli a motore.

Il team di Drew Gentner, ingegnere chimico e ambientale presso l’Università di Yale, ha sottoposto a riscaldamento diverse temperature miscele di asfalto comunemente usate per i manti stradali. I campioni sono inoltre stati irradiati con raggi ultravioletti (UVA e UVB), per simulare l’effetto della luce solare.

Le prove di laboratorio sono intese a ricreare condizioni quanto più possibile realistiche

L’analisi evidenzia in particolare che passando da 40 a 60 gradi (una situazione realistica in un tipico ambiente cittadino) l’emissione di gas raddoppia. L’effetto di una moderata esposizione alla luce solare incide a sua volta pesantemente, con un incremento del 300% rispetto a un campione di asfalto non illuminato.

Dopo essere stato sottoposto a riscaldamento per due giorni, in un campione il rilascio di componenti volatili è stato lento ma costante, amplificato se sottoposto a illuminazione. L’effetto fotochimico raggiunge il suo apice nei periodi più caldi e soleggiati, ma su base annua i ricercatori ritengono l’emissione di aerosol organico secondario sia nel complesso effettivamente maggiore rispetto a quello causato dal traffico veicolare.

Le emissioni secondarie sono la principale fonte di particolato?

È importante non sottovalutare l’espressione “emissioni secondarie” quando si parla di particolato poiché essa non fa riferimento, come forse si potrebbe istintivamente pensare, a un fenomeno meno rilevante rispetto a un altro principale: la differenza consiste invece nel fatto che le emissioni di particolato primarie implicano il rilascio di polveri sottili in modo diretto, mentre con emissioni secondarie ci si riferisce invece al rilascio di sostanze (per esempio l’ammoniaca) che in sé non sono particolato ma finiscono col generarlo in seguito alle interazioni con altri elementi, anche solo la luce solare.

Esiste ancora incertezza su quanto le emissioni secondarie incidano sul totale, ma stime affidabili degli ultimi anni portano a ritenere possano essere responsabili anche di due terzi dell’inquinamento da particolato, persino il doppio delle emissioni dirette; è quindi evidente l’importanza della ricerca in questo settore per comprendere meglio il fenomeno e trovare eventuali rimedi come l’utilizzo di materiali riflettenti che riducono l’assorbimento di calore da parte della pavimentazione stradale.

Di Corrado Festa Bianchet

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