Mariel Boatlift: come la Guerra Fredda portò migliaia di cubani in Florida nel 1980

La Mariel Boatlift del 1980 fu un’emigrazione di massa di cubani verso gli Stati Uniti, ma cosa la causò? Le politiche stagnanti della Guerra Fredda e, non da ultimo, un discorso scioccante di Fidel Castro.

La Mariel Boatlift del 1980 è stata un’emigrazione di massa di cubani verso gli Stati Uniti. E fin qui tutto chiaro, o almeno, tutto chiaro per i libri di storia contemporanea, ma cosa la causò e, soprattutto, quali furono le sue conseguenze per i due attori coinvolti, ovvero gli USA e Cuba?

Iniziamo con il dire che l’esodo venne provocato, innanzitutto, da un’economia stagnante, che si era indebolita sotto la morsa dell’embargo commerciale statunitense, e dal dissenso, portato fino all’esasperazione, dell’allora presidente cubano Fidel Castro:

Quelli che non hanno geni rivoluzionari, quelli che non hanno sangue rivoluzionario…non li vogliamo, non ne abbiamo bisogno.”

Questo dichiarò Castro in un discorso del 1 maggio 1980.

Ma non è finita qui: prendendo una posizione controtendenza, che ribaltò la politica di emigrazione chiusa del regime comunista, el presidente disse chiaro e tondo ai cubani che volevano lasciare Cuba di andarsene e, per di più, ordinò agli aspiranti migranti di andare al porto di Mariel.

Mariel Boatlift: gli inizi dell’esodo e le immediate conseguenze

Inutile dire che, circa 125mila cubani, presero Castro in parola, tanto che si imbarcarono su pescherecci e bagnarole che venivano usate per pescare gamberetti, attraversarono gli insidiosi stretti della Florida e sbarcarono negli Stati Uniti.

Il loro arrivo, neanche a dirlo, nel corso di cinque mesi fu uno scossone per gli Stati Uniti: questo non solo perché venne a crearsi un nuovo gruppo dinamico di emigrati, ma scatenò anche un allarme diffuso (e parecchie tensioni) sulle strutture di reinsediamento e sull’economia statunitense.

Guerra Fredda: la fragilità dell’economia cubana

L’apertura a sorpresa di Castro del confine della sua nazione avvenne in seguito ad una serie di avvenimenti, che dimostrarono ampiamente il desiderio dei dissidenti cubani di lasciare il Paese.

Siccome altre potenze globali si erano alleate con gli Stati Uniti in una guerra fredda contro Cuba, il commercio estero dell’isola era ormai paralizzato.

Cuba stava affrontando una crisi economica senza precedenti, causata dalla pressione dell’embargo commerciale degli Stati Uniti, iniziato nel 1962, e anche dal lento scioglimento del suo principale partner e supporto commerciale, ovvero l’Unione Sovietica.

I cubani, anche quelli che inizialmente avevano appoggiato la Rivoluzione Cubana del 1959, erano allo stremo e avevano cominciato a perdere fiducia nella nazione e nel presidente Fidel Castro.

Ed ecco perché, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, gli sforzi dei cubani in materia di asilo iniziarono ad aumentare, portando ad un incremento dei tentativi di ingresso forzato nelle Ambasciate del Venezuela e del Perù, che si trovavano lungo l’Embassy Row dell’Avana.

Il 13 maggio 1979 un gruppo di cubani fece schiantare un autobus contro l’Ambasciata del Venezuela per chiedere asilo, mentre nello stesso anno, l’11 giugno, la Polizia Nazionale Rivoluzionaria di Cuba aprì il fuoco su un gruppo di cubani che stavano cercando di entrare con la forza nell’Ambasciata del Venezuela.

Il 16 luglio 1979 due cubani riuscirono a chiedere asilo all’Ambasciata del Venezuela, mentre l’anno successivo, il 1 aprile 1980 un gruppo di dissidenti cubani in cerca di asilo politico fecero schiantare un altro bus contro la recinzione perimetrale dell’Avana, dove si trova l’Ambasciata peruviana di Cuba.

Gli ufficiali del PNR di Cuba spararono con le mitragliatrici contro il bus di dissidenti che si era diretto verso l’Ambasciata peruviana, ma uno dei proiettili rimbalzò sul bus e uccise l’agente della polizia PNR Pedro Ortiz Cabrera.

Il presidente Fidel Castro chiese che l’Ambasciata peruviana consegnasse le persone che avevano sequestrato il bus in modo che potessero essere processate per la morte di Ortiz Cabrera, ma i funzionari dell’ambasciata rifiutarono la richiesta e concessero asilo ai dissidenti.

Frustrato da quella risposta, Castro ritirò tutti gli agenti PNR che stavano a guardia delle Ambasciate internazionali a Cuba.

In una dichiarazione ufficiale del 4 aprile 1980, il presidente cubano affermò:

In vista della deplorevole morte di una guardia presso l’Ambasciata peruviana e l’atteggiamento tollerante del governo peruviano nei confronti di tali criminali, il Governo di Cuba ha deciso di ritirare le guardie dalla missione diplomatica cubana. D’ora in poi, i funzionari dell’Ambasciata saranno gli unici responsabili di ciò che accade nella loro Ambasciata. Non possiamo fornire protezione alle Ambasciate che non collaborano con tale protezione.”

Con le sentinelle ormai ritirate, sempre più cubani approfittarono dell’opportunità per lasciarsi alle spalle i problemi economici dell’isola.

Circa 10mila dissidenti politici cubani iniziarono ad affollarsi nei complessi delle ambasciate in tutta la capitale cubana.

Fidel Castro apre i confini cubani dal porto di Mariel

Fu allora che, il 1 maggio 1980, Fidel Castro annunciò l’apertura del porto di Mariel – il porto più vicino alle coste degli Stati Uniti – per i prossimi sei mesi a tutti i cubani desiderosi di partire, a condizione che potessero ottenere un mezzo di trasporto per lasciare l’isola.

Castro liquidò i dissidenti come nient’altro che parassiti, che vivevano a spese della Rivoluzione. Se volevano andarsene, quindi, dovevano andarsene.

Nel Granma, il giornale ufficiale della Rivoluzione Cubana, i dissidenti politici iniziarono ad essere definiti “criminali, proletari, antisocialisti, barboni e parassiti.”

E i membri civili dei Comitati cubani per la Difesa della Rivoluzione cominciarono a commettere “atti di ripudio”, marciando davanti alle Ambasciate e cantando:

Devono andare! Devono uscire!”

Gli esiliati cubani, già sbarcati negli Stati Uniti, successivamente inviarono una flottiglia di 1700 bagnarole per la pesca dei gamberetti e di pescherecci, affittati in fretta e furia, per andare a prendere i loro parenti.

Quando però le barche arrivarono al porto di Mariel, furono costrette non solo a prendere i parenti degli esiliati, ma anche altri richiedenti d’asilo

Il presidente Jimmy Carter prende il comando politico

Il presidente americano Jimmy Carter aveva promesso che i cubani della Mariel sarebbero stati accolti a braccia aperte negli Stati Uniti.

Nel giugno del 1980 istituì il Cuban Haitian Entrant Program (CHEP), che concesse lo status temporaneo e l’accesso al processo di asilo e di assistenza comunitaria sia ai cubani sia ai migliaia di haitiani in fuga negli Usa.

Il Nord America aveva alle spalle una lunga storia di accoglienza dei dissidenti della Rivoluzione Cubana e Carter, inizialmente, offrì di garantire l’asilo negli Stati Uniti a 3500 persone ai sensi del Refugee Act del 1980.

Castro, approfittando della politica della porta aperta di Carter, espulse con la forza criminali già condannati, malati di manicomio, persone LGBTQ e prostitute.

Persone che, rozzamente, il presidente cubano aveva bollato come “escoria”, ovvero spazzatura.

In totale circa 125mila cubani lasciarono l’isola durante il Mariel Boatlift e, di questi, 20mila avevano precedenti penali e migliaia avevano prestato servizio all’interno di istituti psichiatrici.

Nell’arco di cinque mesi 125’226 esiliati cubani arrivarono in Florida dal porto di Mariel, durante quella che, ancora oggi, è considerata la più grande migrazione di cubani negli Stati Uniti.

Nell’ottobre del 1980 l’amministrazione Carter si trovò costretta a negoziare con il governo cubano per porre fine ai cosiddetti “ascensori delle barche”, ma l’enorme numero di arrivi, unito alla difficoltà del governo di gestire tutti i rifugiati, portarono gli oppositori politici a sostenere che l’amministrazione Carter non era preparata “realmente” a gestire l’afflusso.

Rifugiati cubani: il Mariel Boatlift del 1980

I rifugiati in arrivo dovettero affrontare una carenza di sostegno dal loro nuovo Paese ospitante.

Nei fatti i cosiddetti rifugiati “Marielito” non solo ricevettero meno assistenza rispetto agli altri, ma anche meno istruzione, meno occupazione e meno assistenza federale rispetto ai precedenti esiliati cubani.

I Marielitos si differenziavano dagli altri cubani in diversi aspetti: avevano la pelle più scura e c’era anche una parte della loro comunità che era omosessuale – all’epoca, erano gli anni Ottanta, a Cuba c’era un enorme stigma sull’omosessualità.

Quindi quella parte di Marielitos, a diversa dei precedenti esiliati cubani, condizionò i media statunitensi, portando a vederli come un gruppo oscuro, in tutti i sensi, per quanto riguardava la sessualità, l’etnia e la criminalità.

Basti pensare a come veniva definito Scarface: quelli erano i tipi di attributi che gli americani stavano scegliendo di usare per classificare i Marielitos.

I “Marielitos” cambiano l’immagine della migrazione cubana

L’afro cubano, appartenente alla classe operaia, LGBTQ, ex carcerato ed ex malato (o infermiere) detenuto negli istituti psichiatrici, che faceva parte della Mariel Boatlift, ha trasformato l’immagine della migrazione cubana negli Stati Uniti.

La comunità cubano americana di Miami, in Florida, tanto per iniziare ha dovuto trovare un modo per incorporare i “Marielitos” e, successivamente, anche gli oltre 35mila cubani Balsero immigrati nel 1994 (molti su zattere improvvisate) nelle loro file.

Alla fine, i cubani americani che sono immigrati negli Stati Uniti durante il Mariel Boatlift, e in seguito quelli arrivati dopo di loro, hanno contribuito a costruire una più ampia comprensione di Cuba, della sua gente e della politica dell’isola.

Nel documentario dell’Agenzia di Informazione degli Stati Uniti del 1980, In Their Own Words, i rifugiati cubani hanno detto di essere dei sopravvissuti del Mariel Boatlift.

Tra gli intervistati c’era anche il romanziere Reynaldo Arenas, che ha descritto la sua esperienza dopo aver lasciato Cuba per il suo nuovo Paese natale:

In realtà quello che provo non è in alcun modo una vittoria, come se stessimo arrivando con grande felicità. Ma posso dire che mi sento in pace. Ce l’ho fatta e sono vivo. È la stessa sensazione che provi quando la tua casa brucia. Sei scappato…ma comunque la casa è andata a fuoco.”

Di Francesca Orelli

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