Nomofobia: la paura di rimanere “disconnessi”

Per esplorare la condizione in cui si esperisce la nomofobia (No Mobile Phone Phobia), è necessario prendere consapevolezza di come la società sia radicalmente cambiata negli ultimi 20 anni. Gli smartphone, considerati nelle loro prime apparizioni come oggetti simbolo di una nuova generazione dal punto di vista digitale e stilistico, oggi sono ormai diventati qualcosa di più.

Il cellulare è una propaggine del corpo, una prosecuzione quasi “naturale” di braccio e mano, attraverso la quale interagire con il mondo e con le opportunità che esso ci presenta.

Non è un caso se buona parte del traffico online passa dalla navigazione tramite il telefono, tenuto vicino da chiunque dal momento del risveglio fino alla sera, prima di andare a dormire, passando per l’intero arco della giornata.

Un cambiamento così profondo nella società porta sempre a concetti nuovi, possibilità diverse e innovative spesso accompagnate necessariamente da problematiche che prima erano sconosciute.

Cos’è la Nomofobia

In questo panorama ipertecnologico, allora, può emergere la nomofobia, ovvero la paura incontrollata di rimanere disconnessi dalla propria rete mobile: un terrore frutto del progresso smisurato di questa epoca, e nemmeno immaginabile fino a pochi anni fa.

Parliamo di un concetto nato nel 2008 grazie ad uno studio su più di 2.000 persone dell’ente britannico YouGov, il quale ha coniato il termine dopo aver constatato che il 53% dei possessori di smartphone presentano sintomi più o meno evidenti di ansia nel momento in cui “perdono il loro cellulare, esauriscono la batteria o il credito residuo o non hanno copertura di rete”.

L’abitudine di tenere sotto controllo le proprie possibilità di interazione, di avere virtualmente vicini parenti ed amici con un semplice tocco dell’indice (una volta si diceva “con un semplice click”, ma pare che i tempi corrano sempre più veloci) sembra aver reso le persone meno inclini a resistere davanti all’impossibilità di rimanere connessi.

Proprio per questo, lo stress negativo derivato dallo smarrimento il proprio smartphone, rimanere senza credito per connettersi o telefonare o sostare in un luogo dove non c’è campo sembra essere diventato uno dei discomfort tipici della società attuale.

L’ansia derivata dalla nomofobia e la possibile terapia

A livello psicologico, in ogni caso, la difficoltà maggiore è quella di riuscire a distinguere soggetti che sviluppano nomofobia a causa di una eccessiva dipendenza dal proprio smartphone da quelli che sviluppano caratteristiche tipiche della nomofobia a seguito di altri disturbi d’ansia.

Anche se ancora in fase embrionale, alcune terapie basate su un approccio cognitivo-comportamentale si sono già preoccupate di rintracciare metodologie atte a focalizzarsi in maniera meno eccessiva sul proprio cellulare.

Riscoprire quelle attività e abitudini che ci consentono di non pensare all’utilizzo del telefono, prime tra tutte quelle sportive, potrebbe essere l’arma migliore per riemergere da un problema che negli anni potrebbe essere facilmente classificato come un nuovo disturbo figlio dell’epoca in cui viviamo.

di Daniele Sasso

fonti:

  • Archana Jayakumar, “Break Free from Nomophobia, drunkorexia”, Internet Archive.

Leggi anche:

Zimbardo: l’effetto lucifero e la prigione di Stanford

Ipermnesia e ipertimesia: il prezzo di poter ricordare ogni cosa

La sindrome di Capgras: una vita tra replicanti ed impostori

L’effetto bandwagon e le bufale sul web

Rispondi