La legge che spiega la relazione tra stress e performance

Davanti alle sfide che la vita ci impone,la gestione dello stresspuò essere considerata una delle capacità più importanti nel perseguire gli obiettivi che ci siamo prefissati.

Lo stress, infatti, considerato spesso come un fattore esclusivamente negativo, se controllato può diventareun alleatoimportante che ci permette di svolgere al meglio compiti di diversa natura.

La differenza tra distress e eustress

Già negli anni ‘70, il medicoHans Selyeaveva proposto un modello della risposta da stress basato sulla percezione che gli individui hanno di quegli eventi in grado di attivare l’organismo mobilitando risorse energetiche.

In particolare,uno stress percepito comedistresssarebbe deriverebbe da un evento che viene considerato un pericolo, e che quindi determina sensazioni spiacevoli e problematiche sia dal punto di vista affettivo che cognitivo;quello che viene definitoeustress, invece, dipende da una percezione dell’evento stressogeno come un ostacolo superabile, o comunque gestibile, il quale porta spesso gliindividui ad andare oltre i propri limiti.

Dal punto di vista fisiologico, la risposta da stress può essere sintetizzata in una serie di cambiamenti che coinvolgonola pressione sanguigna, la frequenza cardiaca, i livelli di glucosio ematico e la sudorazione della pelle(risposta galvanica), e che dipendono dall’attivazione dell’ipotalamo, una struttura cerebrale profonda che attraverso la sua influenza sull’ipofisi anteriorepermette infine alsurrenedi produrrecortisolo.

Questo ormone, insieme alla produzione di neurotrasmettitori comeacetilcolina,serotonina,dopaminaenoradrenalinapermette di aumentare la vigilanza e la concentrazioneper affrontare cambiamenti nell’ambiente circostante.

Il legame tra stress e performance

A questo punto, non ci resta che capire se sia possibile definirela relazione tra questa attivazione fisiologica e la performance durante un compito. Per nostra fortuna, gli studi su tale argomento sono numerosi in letteratura, e fanno perlopiù riferimento alla famosalegge Yerkes-Dodson.

Secondo questa teoria, elaborata agli inizi del ‘900 e confermata durante il secolo successivo,la relazione tra stress e performance può essere descritta come una curva a forma di campana.

L’aumento della risposta fisiologica(arousal), davanti a compiti complessi, può effettivamente portare adun aumento di performancedurante attività fisiche e cognitive; arrivata al suo picco, la campana mostra unpunto ottimalenel quale la performance è al massimo, e la risposta fisiologica si presenta alta, ma comunque non eccessiva.

Fino a questo punto della U invertita, quindi, possiamo considerarela risposta da stress come un vantaggio, visto che il soggetto potrà beneficiare di una certa tranquillità nei confronti del compito da svolgere.

Dopo il picco, però, la relazione tra stress e performance si inverte: livelli troppo alti di attivazione fisiologica iniziano a determinare un abbassamento della prestazione. Il soggetto in questione sperimenta ansia e tensione figlie diuno stress che non è più un alleato, ma un nemico che ostacola il raggiungimento del proprio obiettivo.

La legge Yerkes-Dodson, attraverso una spiegazione estremamente semplice, ci aiuta a comprendere come effettivamente un certo grado di stress possa aiutarci a spingerci oltre,migliorando la nostra prestazione fino a portarla al massimo delle sue possibilità; questo, a patto che lo stress stesso non ci schiacci.

Saper controllare la nostra risposta da stress, quindi, può far sì che quello che vedevamo come un nemico diventi inveceuno strumento utile per superare un esame, migliorare i nostri tempi nello sport o semplicemente goderci con piacevolezza una sana sfida.

fonti:

  • Selye, H. (1976). Stress without distress. In Psychopathology of human adaptation (pp. 137-146). Springer, Boston, MA.
  • R. M. Yerkes and J. D. Dodson, “The relation of strength of stimulus to rapidity of habit-formation”, Journal of comparative neurology and psychology, vol. 18, no. 5, pp. 459–482, 1908.

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