Anni Venti: perché resero le persone più povere?

I Ruggenti Anni Venti, a dispetto del loro ostentato benessere, impoverirono ancora di più le persone. Ecco quali furono le categorie più toccate e perché, per alcuni storici, la Grande Depressione potrebbe essere già iniziata nel 1920.

Nell’agosto del 1929, il Ladies Home Journal pubblicò un articolo dal titolo molto evocativo: “Tutti dovrebbero essere ricchi.”

Nelle righe dello stesso John J.Raskob, un uomo d’affari, scriveva che se gli americani avessero investito 15 dollari in Borsa ogni mese, in vent’anni avrebbero potuto ottenere 80mila dollari (oltre un milione di euro di oggi).

Raskob insistette anche sul fatto che “quasi chiunque abbia un impiegato, può farlo se ci prova.”

I Ruggenti Anni Venti: un benessere solo…apparente

Per i ricchi americani bianchi come Raskob, i Ruggenti Anni Venti furono un periodo di immensa prosperità economica: la classe benestante infatti, dopo essere sopravvissuta ad un conflitto mondiale e ad una pandemia di influenza spagnola, non voleva pensare ad altro che a godersi la “ritrovata” vita.

Eppure per la maggior parte degli americani, e delle persone che vivevano in tutto il mondo, non era così.

Lo stipendio medio infatti era di circa 20 dollari al mese, quindi, se la maggior parte degli americani avesse seguito il consiglio di Raskob, avrebbe investito tre quarti dei loro guadagni nel mercato azionario.

In effetti la disuguaglianza di reddito aumentò così tanto negli Anni Venti che, nel 1928, l’1% più ricco delle famiglie riceveva il 23,9% di tutto il reddito ante imposte.

Circa il 60% delle famiglie guadagnava meno di 2000 dollari all’anno, un livello di reddito che il Bureau of Labor Statistics ha classificato come reddito minimo vivibile per una famiglia di cinque persone.

Gli agricoltori? Bloccati con il surplus

La cultura del partito “speakeasy”, resa popolare in libri, film e riviste, era accessibile soltanto ad una piccola parte di americani ricchi, urbani e per lo più bianchi.

Gli afroamericani e gli immigrati invece dovettero affrontare la violenza del Ku Klux Klan, appena rianimato, mentre i salari della maggior parte dei lavoratori non vennero aggiornati con l’aumento della produttività oppure vennero diminuiti.

Per gli agricoltori, in particolare, la Grande Depressione iniziò sostanzialmente dopo la Prima Guerra Mondiale.

Durante quel conflitto, gli agricoltori americani avevano aumentato la produzione alimentare per nutrire gli alleati europei.

In seguito però i prezzi e la domanda diminuirono e gli agricoltori rimasero bloccati da un eccesso di offerta (surplus) che non potevano vendere.

La sovrapproduzione diventò un problema anche per le aziende manifatturiere. Anche se le famiglie che non potevano permetterseli di pagare in anticipo radio, automobili, lavastoviglie e altri articoli costosi ora potevano acquistarli a credito, la quantità di nuovi articoli prodotti dalle aziende superava ancora il numero che le famiglie potevano acquistare.

Uno dei fattori che contribuirono maggiormente a questa sovrapproduzione fu il desiderio delle aziende di espandersi e di aumentare i profitti degli azionisti.

Gli operai vivevano in un clima anti lavoro

C’era una forte convinzione, tra le autorità degli Anni Venti, che dando la priorità ai profitti degli azionisti, avrebbe creato un’economia più forte.

Quando il governatore di New York Al Smith cercò di ottenere il controllo statale dello sviluppo idroelettrico per offrire ai residenti tariffe energetiche più basse, un memorandum dell’amministrazione del presidente Calvin Coolidge si oppose all’idea, affermando che era accettabile per i residenti di New York pagare molto per l’elettricità perché questo aumentava il prezzo delle azioni.

C’era però un altro problema non da poco: sebbene molti operai di fabbrica videro aumentare modestamente i loro salari durante gli Anni Venti, questi salari non erano al passo con la produttività.

Questo perché i dirigenti delle aziende davano più profitti agli azionisti rispetto ai lavoratori che guadagnavano quei profitti.

Era difficile per i lavoratori lottare per salari più alti, perché c’era un movimento in termini di applicazione più aggressiva del diritto del lavoro.

I tribunali poi si pronunciavano spesso a favore delle aziende (la Corte Suprema arrivò persino ad abrogare una legge sul lavoro minorile nel 1918).

I lavoratori afroamericani del sud, in particolare, avevano poco ricorso contro le leggi di Jim Crow, che li costringevano a lavorare per salari da fame.

In questo clima anti lavoro, i sindacati erano deboli e gli scioperi estremamente rari.

Cause della Grande Depressione

Ci furono molti fattori che causarono la Grande Depressione, ma il crollo del mercato azionario del 1929 non fu uno dei principali.

I fattori scatenanti, in realtà, furono molto più complessi. Oggi gli storici ritengono che, uno dei fattori principali, fu l’adesione del governo al gold standard.

Altri invece sostengono che, a giocare un ruolo fondamentale, fu la disparità di reddito venutasi a creare negli Anni Venti.

Con l’aumento della disuguaglianza, infatti, si ha un’economia molto meno stabile a causa del fatto che la componente più stabile del PIL è essenzialmente il consumo.

Molti americani cercarono di richiamare l’attenzione su questa disuguaglianza, dicendo che la “prosperità di Coolidge” era solo un mito.

Al Smith, quando accettò la nomina democratica alla presidenza nel 1928, disse:

La prosperità nella misura in cui abbiamo è indebitamente concentrata e non ha toccato in modo equo la vita dell’agricoltore, del salariato e del singolo uomo d’affari.”

Smith perse le elezioni contro Herbert Hoover, che sosteneva che gli americani stessero vivendo nella prosperità.

Subito dopo che Hoover entrò in carica, l’economia degli Stati Uniti crollò. Ed ebbe inizio la Grande Depressione.

Di Francesca Orelli

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