L’Olocausto: fatti, vittime e sopravvissuti – I parte

Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa varcò i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, rivelando per la prima volta al mondo l’orrore dell’Olocausto. Ma cosa significa esattamente la parola “Olocausto” e perché venne scelta proprio per indicare lo sterminio di massa che i nazisti compirono nei confronti degli ebrei (e non solo)?

Olocausto: una parola che deriva dalla fusione di due parole greche, holos (intero) e kaustos (bruciato), e che storicamente veniva usata per descrivere un’offerta sacrificale bruciata sull’altare.

Il 27 gennaio 1945 però questa parola assunse un nuovo e terribile significato: la persecuzione ideologica, e sistematica, sponsorizzata dallo Stato, e l’omicidio di massa di milioni di ebrei, rom, intellettuali, disabili, dissidenti, polacchi, omosessuali e prigionieri politici da parte del regime nazista tedesco tra il 1933 e il 1945.

Per il leader nazista e antisemita Adolf Hitler gli ebrei erano una razza inferiore, una minaccia aliena alla purezza della razza e alla comunità tedesca.

E dopo anni di dominio nazista in Germania, durante i quali gli ebrei furono costantemente perseguitati, la soluzione “finale” di Hitler – oggi nota come l’Olocausto – si realizzò sotto la copertura della Seconda Guerra Mondiale, con centri di sterminio di massa costruiti nei campi di concentramento della Polonia occupata.

Circa sei milioni di ebrei, e circa cinque milioni di altre persone, prese di mira per motivi razziali, politici, ideologici e comportamentali, morirono durante l’Olocausto. E, più di un milione di coloro che morirono, erano bambini.

Prima dell’Olocausto: l’antisemitismo storico e l’ascesa al potere di Hitler

L’antisemitismo in Europa però non era iniziato con Adolf Hitler. Sebbene l’uso del termine stesso risalga soltanto al 1870, ci sono prove di ostilità verso gli ebrei molto prima dell’Olocausto, anche nel mondo antico, quando le autorità romane distrussero il tempio ebraico di Gerusalemme e costrinsero gli ebrei a lasciare la Palestina.

L’Illuminismo, durante il XVII e il XVIII enfatizzò la tolleranza religiosa e, nel XIX secolo, Napoleone Bonaparte e altri governanti europei emanarono una legislazione che pose fine alle restrizioni di lunga data sugli ebrei.

Il sentimento antisemita, tuttavia, era ben lontano dall’essersi assopito, anzi: cominciò ad assumere caratteri razziali piuttosto che religiosi, diventando persino più pericoloso.

Le radici dell’antisemitismo particolarmente virulento di Hitler, peraltro, non sono ancora chiare.

Nato in Austria nel 1889, Adolf Hitler prestò servizio nell’esercito tedesco durante la Prima Guerra Mondiale. Come molti antisemiti in Germania, incolpò gli ebrei della sconfitta del Paese del 1918.

Subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, Hitler si unì al Partito Nazionale dei Lavoratori Tedeschi, che divenne in seguito il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP), o Partito Nazista.

Mentre era imprigionato per tradimento per il suo ruolo nel Beer Hall Putsch del 1923, Hitler scrisse il suo libro di memorie e il trattato di propaganda Mein Kampf (La mia battaglia), in cui prediceva una guerra europea generale che avrebbe portato “allo sterminio della razza ebraica in Germania”.

Hitler era ossessionato dall’idea della superiorità tedesca “pura”, che chiamava “ariana”, e dalla necessità del “Lebensraum”, o spazio vitale, affinché quella razza si espandesse.

Nel decennio successivo al suo rilascio dalla prigione, Hitler si approfittò della debolezza dei suoi avversari politici per rafforzare lo status del suo partito e passare dall’oscurità al potere.

Il 30 gennaio 1933 venne nominato Cancelliere della Germania. Nel 1934, dopo la morte del presidente Paul von Hindenburg, Hitler si unse come Führer, diventando, di fatto, il sovrano assoluto della Germania.

La Rivoluzione Nazista in Germania (1933-1939)

I due obiettivi della purezza razziale e dell’espansione spaziale erano il fulcro della visione del mondo di Hitler e, dal 1933 in poi, si sarebbero combinati per formare la forza trainante della sua politica estera e interna.

All’inizio i nazisti riservarono la loro più dura persecuzione agli oppositori politici, come i comunisti e i socialdemocratici.

Il primo campo di concentramento ufficiale fu aperto a Dachau (vicino a Monaco) nel marzo del 1933 e molti dei primi prigionieri inviati erano comunisti.

Come la rete di campi di concentramento che seguì, diventando il terreno di sterminio dell’Olocausto, Dachau era sotto il controllo di Heinrich Himmler, capo delle guardie naziste d’élite, le Schutzstaffel (SS), e in seguito capo della polizia tedesca.

Nel 1933 i lager tedeschi tenevano circa 27mila persone in “custodia protettiva”. Enormi comizi nazisti e atti simbolici, come l’incendio pubblico di libri scritti da ebrei, comunisti, liberali e stranieri, contribuirono a portare a casa il messaggio desiderato di forza del partito.

Nel 1933 gli ebrei in Germania erano circa 525mila e solo l’1% della popolazione tedesca totale. Durante i sei anni successivi, i nazisti intrapresero un’arianizzazione della Germania, licenziando i non ariani dal servizio civile, liquidando aziende di proprietà ebraica e privando avvocati e medici ebrei dei loro clienti.

Secondo le leggi di Norimberga del 1935, chiunque avesse tre o quattro nonni ebrei era considerato un ebreo, mentre quelli con due nonni ebrei erano designati come Mischlinge (mezzosangue).

Sotto le leggi di Norimberga, gli ebrei divennero obiettivi di routine per la stigmatizzazione e la persecuzione. Ciò culminò nella Notte dei Cristalli (Kristallnacht o Notte dei Vetri Rotti) del novembre 1938, quando le sinagoghe tedesche vennero bruciate e le finestre dei negozi ebraici furono distrutte.

Circa cento ebrei, durante quella notte, vennero uccisi, mentre migliaia di molti altri vennero arrestati.

Dal 1933 al 1939 centinaia di migliaia di ebrei, che avevano la possibilità di lasciare la Germania, lo fecero, mentre quelli che rimasero vissero in un costante stato di incertezza e di paura.

Di Francesca Orelli

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