L’effetto spettatore e la diffusione della responsabilità

Più di una volta capita di imbattersi in notizie (a volte corredate di video) che ci raccontano come all’ennesimo atto di criminalità e violenza in luoghi pubblici seguano atteggiamenti di noncuranza da parte dei passanti.

Sebbene sia impossibile giustificare qualcuno che ignori totalmente una persona ferita o bisognosa di aiuto, la psicologia sociale ha provato più volte a elaborare teorie che spieghino perché gli individui siano portati a proseguire tranquilli per la propria strada davanti a qualcuno che sta evidentemente soffrendo.

L’effetto spettatore secondo la psicologia sociale

L’effetto spettatore, descritto per la prima volta da Darley e Latané nel 1968, è stato denominato anche effetto testimone o apatia dello spettatore, e fa riferimento proprio a quei casi in cui, durante una situazione di emergenza davanti alla quale sono presenti tante persone, un individuo non presta aiuto.

In tale contesto, il numero di spettatori correla negativamente con la possibilità che qualcuno intervenga. In sostanza, al crescere del numero di persone presenti davanti al misfatto diminuiscono le probabilità che uno degli spettatori presti soccorso.

L’omicidio di Kitty Genovese e l’esperimento per provare l’effetto spettatore

I due psicologi decisero di studiare il fenomeno dopo l’omicidio di Kitty Genovese del 1964. Secondo quanto fu riportato dal New York Times al tempo, la donna fu accoltellata nel Queens, nei pressi della sua abitazione, senza che nessuno intervenisse per fermare l’aggressore.

Anche se nel 2006 le informazioni riportate nell’articolo sono state smentite dallo stesso New York Times, la vicenda del 1964 ebbe un risvolto importante sulla società americana, contribuendo alla nascita del 911, il numero telefonico d’emergenza valido per tutto il Nord America.

L’esperimento messo a punto per comprendere se esistesse davvero un effetto spettatore fu condotto in laboratorio, e prevedeva una finta situazione di emergenza (una donna che cadeva a terra) durante la quale veniva misurato il tempo che il soggetto impiegava per decidere di intervenire.

Mentre però alcuni soggetti venivano posti davanti alla scena da soli, altri venivano inseriti in un contesto nel quale erano presenti altre persone (complici dell’esperimento) davanti alla stessa scena.

I risultati mostrarono come effettivamente il 70% dei soggetti “soli” gridavano e soccorrevano la donna, mentre nella condizione in cui erano presenti altre persone solo il 40% dei soggetti provava ad intervenire.

Variabili che contribuiscono a chiarire l’effetto spettatore

L’esperimento, come spesso accade, rappresentò solo il punto di partenza per comprendere questo genere di dinamica, e successive misurazioni furono condotte inserendo diverse modifiche nel contesto in cui avveniva lo studio.

Tra le variabili che inevitabilmente influenzano questo effetto bisogna annoverare il grado di emergenza della situazione specifica, l’ambiguità della scena osservata, la familiarità dell’ambiente circostante e la coesione percepita con il gruppo a cui la persona in difficoltà appartiene.

di Daniele Sasso

fonti:

  • Latane, B., & Darley, J. M. (1968). Group inhibition of bystander intervention in emergencies. Journal of personality and social psychology, 10(3), 215.

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