AIDS: perché rimase una silenziosa – ma mortale – epidemia per anni

Alla fine del 1984 l’AIDS, solo negli Stati Uniti, aveva colpito almeno 7700 persone e ne aveva già uccise più di 3500.

Gli scienziati avevano già identificato la causa dell’AIDS, il virus HIV, e i Centri Statunitensi per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) avevano già identificato tutte le principali vie di trasmissione.

I leader americani, per contro, rimasero in gran parte silenziosi sulla questione e non risposero subito all’emergenza sanitaria. E nulla venne fatto fino a settembre 1985 quando, quattro anni dopo l’inizio della crisi, il presidente Ronald Reagan menzionò pubblicamente l’AIDS.

Ma ormai l’AIDS era già diventata un’epidemia in piena regola. E un’emergenza mondiale.

AIDS: le origini di un’epidemia che ancora oggi fa paura

L’HIV, il virus che provoca l’AIDS, è nato nel 1920 a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, e da lì si diffuse ad Haiti e nei Caraibi prima di fare il salto, letteralmente, a New York City nel 1970 e da lì arrivare in California tra il 1970 e il 1980.

I funzionari sanitari vennero per la prima volta a conoscenza dell’AIDS nell’estate del 1981, quando i giovani, e altrimenti sani, uomini gay di Los Angeles e New York iniziarono ad ammalarsi e a morire di patologie insolite che, normalmente, sono associate a persone con un sistema immunitario indebolito.

Non ci volle molto perché la peste gay, com’era anche chiamata negli anni Ottanta, si diffondesse in tutta la comunità gay.

Al di là del pericolo mortale causato dalla malattia, i gay dovettero anche affrontare la possibilità di essere “esclusi” dalla società in quanto omosessuali se avessero avuto l’AIDS o un’altra patologia che le assomigliasse.

Nell’autunno del 1982 il CDC definì, per la prima volta, la patologia come AIDS. Nonostante i casi in crescita, e il nuovo nome, i notiziari lottarono in modo accanito contro la malattia, arrivando anche a coprirla, oppure addirittura a non darle troppa attenzione.

Sebbene il New York Times, già nell’estate del 1981, iniziò a parlare delle misteriose malattie che sembravano affliggere la comunità gay, ci sarebbero voluti altri due anni prima che il prestigioso quotidiano mettesse l’AIDS in prima pagina (25 maggio 1983).

A quel tempo erano morte “solo” 600 persone.

David W.Dunlap, un reporter della sezione Metro all’epoca, criticò in modo feroce il New York Times Style Magazine, affermando:

C’erano messaggi forti, che hai ricevuto, che non erano scritti su nessuna lavagna. Potevi evitarlo. Era un editto auto-rinforzante: non scrivere di persone strane.”

Questo tipo di schizzinosi riguardo alla copertura e alla discussione dell’AIDS, che oggi guarderemmo con stupore, negli anni Ottanta erano molto presenti alle conferenze stampa. E c’erano anche tra i funzionari governativi dell’epoca.

Durante una conferenza stampa della Casa Bianca, avvenuta nell’ottobre del 1982, il giornalista conservatore Lester Kinsolving interrogò Larry Speakes, il segretario stampa del presidente Reagan, in merito alla reazione del presidente davanti all’AIDS, che ha poi colpito 600 persone.

Quando Kinsolving menzionò la malattia, che era ancora conosciuta come peste gay, tutto il gruppo stampa scoppiò a ridere.

Invece di fornire una risposta sostanziale, Speakes disse:

Non lo so.”

Suscitando altre risate. In seguito chiese a Kinsolving, più volte, se avesse l’AIDS.

E quando il Congresso tenne la sua prima udienza sull’AIDS, nel 1982, si presentò solo un giornalista.

In un discorso alla Camera, tenutosi poche settimane dopo, il rappresentante Bill Dannemeyer, della California, lesse descrizioni grafiche di atti sessuali omosessuali.

Le azioni e le parole del potente politico, che spinse anche per una registrazione del governo di tutti i malati di AIDS, ebbero un effetto disastroso sugli altri repubblicani inclini a contribuire alla causa e a far fronte all’epidemia.

AIDS: la frustrazione del CDC davanti al silenzio e alla negligenza del governo federale

Nel gennaio del 1983, finalmente, gli esperti del CDC compresero la gravità della malattia e scoprirono che l’AIDS – che ora colpisce in media più di 1000 americani all’anno – richiedeva un’azione immediata per la salute pubblica.

Il silenzio però, unito alla negligenza, del governo federale nei confronti dell’AIDS si dimostrò inadeguato nel finanziamento di una ricerca.

Per superare le parti avversarie presenti nel Congresso, i primi finanziamenti federali per la ricerca sull’AIDS dovevano essere associati alla sindrome da shock tossico e alla malattia del legionario in un fondo fiduciario di emergenza per la salute pubblica.

E seguendo la sua agenda di rifilatura del governo federale, il presidente Reagan aveva ridotto il budget al CDC e al National Institutes of Health.

Ciò lasciò molto frustrati gli esperti della salute pubblica:

Finora l’inadeguato finanziamento ha seriamente limitato il nostro lavoro e presumibilmente ha reso più profonda l’invasione di questa malattia nella popolazione americana. Inoltre, il tempo perso a cercare denaro da Washington, ha gettato un’aria di disperazione sui ricercatori dell’AIDS in tutto il Paese.”

Alla fine del 1983 nel Paese c’erano già 4700 casi segnalati di AIDS e più di 2000 persone erano già decedute.

AIDS: prime prove di sensibilizzazione e la crescita di consapevolezza nell’opinione pubblica

Con la mancanza di aiuto, e di direttive, da parte del governo federale, i leader locali intensificarono le proprie risposte alla crisi.

San Francisco, per esempio, chiuse i suoi stabilimenti balneari e i suoi sex club privati alla fine del 1984 e finanziò, di tasca propria, l’educazione alla prevenzione, i servizi di supporto e i progetti di ricerca basati sulla comunità.

Nel 1981 l’autore, saggista e drammaturgo Larry Kramer fondò la Gay Men’s Health Crisis, la prima organizzazione di servizi creata per supportare le persone positive all’HIV.

Più tardi, quando venne escluso dal gruppo a causa del suo modo di fare (definito “troppo antagonista”), Kramer fondò Act Up (1987), un’organizzazione più militante che lottò per accelerare la ricerca per una cura e la fine della discriminazioni contro gli uomini gay e le donne lesbiche.

I leader delle comunità capirono che le risposte locali, da sole, non potevano sconfiggere l’epidemia, ma non c’era ancora una risposta federale.

All’inizio del 1985, il CDC sviluppò il primo piano di prevenzione nazionale dell’AIDS, guidato dall’epidemiologo dottor Donald Francis.

I capi di Washington, alla fine, lo respinsero il 4 febbraio 1985. Francis, in seguito, raccontò che il dottor John Bennet, coordinatore centrale del CDC per il presidente dell’AIDS e della Task Force AIDS, gli disse:

Don, hanno rifiutato il piano. Hanno detto: “sembra carina e fa il meno possibile”.”

Le prime misure di prevenzione contro l’AIDS erano state rifiutate. Le cose però, per fortuna, sarebbero cambiate di lì a pochi mesi.

Il 17 settembre 1985, finalmente, il presidente Reagan menzionò l’AIDS in pubblico quando rispose alla domanda di un giornalista, definendola una priorità assoluta, e difese a spada tratta la risposta della sua amministrazione e il finanziamento della ricerca.

Il 2 ottobre 1985 il Congresso stanziò quasi 190 milioni di dollari per la ricerca sull’AIDS, 70 milioni in più rispetto alla richiesta dell’amministrazione.

Lo stesso giorno l’attore Rock Hudson, amico intimo e personale di Reagan, morì di AIDS, trascinando la malattia, per la prima volta, negli occhi del pubblico.

Nel 1986 l’Institute of Medicine, la National Academy of Science e il chirurgo generale di Reagan, C.Everett Koop, sostennero una risposta coordinata all’AIDS.

Reagan, sotto pressione, nominò una commissione per indagare sull’epidemia.

Verso la fine del 1987, il Paese iniziò a prendere provvedimenti per sensibilizzare gli americani sull’AIDS, organizzando il primo Mese di Sensibilizzazione sull’AIDS, lanciando la campagna pubblicitaria America responds to AIDS e spedendo i risultati del chirurgo generale a ogni famiglia americana.

A quel punto però già 47mila persone erano state infettate dal virus dell’AIDS negli Stati Uniti. E presto l’epidemia si sarebbe diffusa in tutto il mondo.

Di Francesca Orelli

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