Il conformismo – III Parte: il disastro della Baia dei Porci e il pensiero di gruppo di Irving Janis

Mentre i concetti di influenza informativa e influenza normativa sono stati già descritti nei due capitoli precedenti di questa breve rassegna sul conformismo, in questa parte proveremo a ricercarne gli effetti nella storia, nel corso della quale spesso la tendenza di un gruppo a ricercare un consenso univoco ha determinato problematiche di rilievo.

Uno degli esempi più lampanti di questo fenomeno sociale è infatti rintracciabile nella scelta del presidente Kennedy, e di tutto il suo staff, di invadere la Baia dei Porci nel 1961. Il piano di invasione, il quale era stato elaborato da Nixon durante l’amministrazione Eisenhower, fu approvato dopo pochi giorni di discussione.

I 1.440 esuli che sbarcarono a Cuba avrebbero dovuto sottomettere facilmente l’esercito di Fidel Castro. Questo in virtù della certezza che la popolazione si sarebbe schierata con loro. Le cose, però, andarono in senso opposto, e in soli tre giorni 1.200 furono catturati e 114 uccisi.

Il fatto che la popolazione sarebbe rimasta dalla parte di Castro, però, non era un elemento che avrebbe dovuto sorprendere gli americani. La CIA aveva infatti già scoperto che i cittadini non erano in conflitto con il dittatore cubano, e che quindi non sarebbero mai insorti contro il proprio governo.

Ancor più assurdo appariva il “piano B”, secondo il quale gli invasori avrebbero potuto ritirarsi sui monti Escambray, i quali erano separati da più di 100 km di giungla dalla Baia dei Porci.

Ma come è possibile che una potenza mondiale come gli Stati Uniti abbia sottovalutato in maniera tanto negligente una situazione di così facile lettura?

Lo psicologo sociale Irving Janis, nel 1972, studiò il caso cercando di rintracciare quelle spinte che avevano portato l’intero gabinetto a conformarsi su una decisione evidentemente errata.

Alla base di tutto ci sarebbe stata l’immagine di Kennedy, apparentemente predestinato al successo e infallibile agli occhi del suo staff. Questa illusione di invulnerabilità aveva portato ad un fenomeno detto overconfidence: un’eccessiva sicurezza che di fatto maschera i propri limiti anche quando questi sono palesi.

Gli americani erano convinti, inoltre, di muoversi secondo dei criteri morali superiori. Janis definisce come paraocchi etici l’idealizzazione della propria saggezza, e la sicurezza mal riposta che anche i cubani li avrebbero osannati come liberatori.

Altri fenomeni fondamentali per quello che viene definito pensiero di gruppo sono l’illusione dell’unanimità, che porta i singoli membri a credere che la decisione del gruppo sia per forza di cose giusta, e l’autocensura, che spinge i membri più dubbiosi a non porsi contro gli altri per non distruggere il consenso. Janis parla di vere e proprie “guardie mentali” riferendosi a quei membri del gruppo che fanno pressione, scoraggiando chiunque provi ad esprimere dissenso dalla maggioranza.

Un ultimo fenomeno è quello della stereotipia. Gli americani consideravano Castro un inetto che sarebbe stato incapace di gestire l’invasione. Di fatto questa idea si basava su degli schemi autoconfermati che non corrispondevano alla realtà.

Questo evento storico, se paragonato alla successiva gestione della “crisi dei missili”, ci consegna un messaggio importante. Nelle successive schermaglie con Cuba il presidente Kennedy, rammaricato per lo stupido errore commesso, invitò sempre il suo staff ad intervenire in caso ci fossero dubbi sulle azioni da eseguire, assicurandosi che la pressione del gruppo non mettesse a repentaglio il bene del paese.

La capacità di incoraggiare il dissenso, infatti, è una delle migliori strategie per combattere gli effetti negativi del pensiero di gruppo.

di Daniele Sasso

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