La Sindrome di Stoccolma (Parte I): La rapina alla Sveriges Kreditbank che finì con un matrimonio

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La sindrome di Stoccolma può essere definita come un particolare stato di dipendenza psicologica, la cui peculiarità sta nel fatto che l’individuo di cui non si può fare a meno ha esercitato sul soggetto violenza fisica, verbale o psicologica.

Tra il carnefice e la sua vittima si sviluppa quindi un legame che ne sancisce l’alleanza, e che durante i maltrattamenti può assumere delle forme estreme di amore e sottomissione del tutto volontarie nei confronti del carnefice.

E’ un fenomeno affrontato di rado dalla psicologia, tanto da non essere considerato un vero e proprio disturbo, ma come un particolare caso di legame traumatico, nel quale sussiste uno squilibrio nel rapporto tra soggetti, con il totale assoggettamento di uno all’altro.

Prende il nome da una particolare vicenda del 1973, quando nella sede della Sveriges Kreditbanken di Stoccolma, l’evaso Jan-Erik Olsson e Clark Olofsson tentarono una rapina prendendo in ostaggio tre donne e un uomo, tenendoli segregati nella banca per sei giorni.

Alla fine, l’intervento della polizia permise di liberare gli ostaggi e arrestare i sequestratori, ma la convivenza forzata in un ambiente così piccolo aveva determinato un rapporto speciale tra le due parti coinvolte nell’episodio.

Anche diversi mesi dopo la rapina, quando vennero intervistate, le quattro persone sequestrate mostrarono sentimenti molto forti nei confronti di coloro che li avevano segregati e minacciati. Gli ostaggi, dopo l’accaduto, iniziarono a visitare molto spesso i due rapinatori in carcere. Addirittura, due delle donne iniziarono una relazione con i due rapinatori, e una delle due sposò Olofsson.

Una delle cause che avevano portato al forte legame tra rapinatori e vittime stava nella gentilezza dimostrata dai rapinatori nei loro confronti. Olsson, ad esempio, aveva fornito ad una degli ostaggi una giacca per difendersi dal freddo, e a seguito di una notte insonne le aveva consentito di camminare all’esterno del caveau legata ad una corda.

Un’ulteriore dichiarazione clamorosa arrivò dall’unico maschio tra gli ostaggi, che definì Olsson quasi come un santone, dichiarando di “pensare a lui come a un Dio di emergenza”.

Una spiegazione psichiatrica fornita in quegli anni fu quella secondo la quale gli ostaggi si fossero sentiti in debito verso i rapinatori perché questi avevano deciso di non ucciderli.

Approfondimenti effettuati nel corso degli anni si sono poi focalizzati sullo stress psicofisico degli ostaggi, che aumenterebbe a tal punto da determinare una regressione a stadi di sviluppo precedenti della personalità, atti ad affrontare la situazione.

Inoltre, il passare del tempo sembrerebbe giocare un ruolo fondamentale nel rinnegare l’autorità delle forze dell’ordine, incapaci, nella percezione del soggetto, di salvarlo dal suo destino.

In questo modo andrebbe a crearsi un nuovo ingroup, che cementa il legame tra carceriere e vittima; ciò starebbe alla base della forte identificazione con l’aggressore alla base della sindrome.

Stando alla banca dati dell’FBI statunitense, circa l’8% degli ostaggi ha manifestato sintomi della sindrome di Stoccolma.

di Daniele Sasso

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