La storia “tortuosa” delle diagnosi mediche

Oggi quando siamo malati, o avvertiamo dolore in qualche parte del nostro corpo, una diagnosi medica non ci spaventa più di tanto, ma già solo per i nostri nonni (e bisnonni) poteva rivelarsi un momento molto doloroso e che poteva anche lasciare segni permanenti.

Verso la fine degli anni Quaranta, giusto per fare un esempio, due ricercatori americani, per misurare il dolore che provavano le donne durante il travaglio, fecero un esperimento che, a noi moderni di quasi ottant’anni dopo, mette i brividi.

Nel corso di questo test ciascuna donna venne collegata ad una macchina che, quando aveva una contrazione, le bruciava la mano. I ricercatori, tanto per aggiungere la “classica ciliegina sulla torta”, chiesero inoltre ad ogni donna quanto fosse forte il dolore dell’ustione rispetto a quello provato con ciascuna contrazione.

Questo esperimento, oltre ad essere inutile, mise non solo a repentaglio la salute e la sicurezza delle donne, ma scatenò la rabbia delle femministe dei primi anni Cinquanta.

È, per quanto orribile, è stato anche uno dei primi tentativi per misurare non solo il dolore, ma anche per rendere più precise le diagnosi mediche.

La valutazione del dolore, un problema “moderno”

La misurazione del dolore, a dispetto di quello che si crede, non solo è abbastanza moderna, ma sembra interessare più gli Stati Uniti e l’Europa che non il resto del mondo.

Durante il Medioevo, quando le diagnosi erano molto approssimative e si credeva che le malattie fossero causate dallo scompenso dei quattro fluidi descritti da Aristotele, i dottori sembravano essere più interessati a causare dolore che non a trovare un modo per azzerarlo del tutto e rendere le visite meno traumatizzanti.

Il salasso era considerato la cura per tutti i mali e, non di rado, capitava che qualche paziente ci lasciasse le penne, mentre le ferite gravi venivano cauterizzate con il fuoco e le amputazioni eseguite con una sega e senza anestesia.

Se pensi però che i medici medievali erano davvero barbari, sappi che le cose non andavano certo meglio ai pazienti dell’antica Grecia: il dolore non era nemmeno preso in considerazione, anzi, per i medici non esisteva proprio tra le sensazioni di base.

Un primo passo verso il miglioramento delle diagnosi lo fece la scuola tedesca di psicofisica, nel XIX secolo, quando un suo esponente, Maximilian Von Frey, iniziò a studiare gli stimoli e le sensazioni dei pazienti con i crini di cavallo.

I crini, di diversa rigidità, venivano selezionati, poi attaccati su bastoncini e premuti contro la pelle del paziente per vedere dove provasse dolore e con quale frequenza.

Usando questo metodo, Von Frey non solo poté testare, pur se in modo empirico, la soglia del dolore di ciascun paziente, ma in più la sua ricerca contribuì alla nascita di scale e di tecniche che vengono utilizzate ancora oggi.

L’esperimento del dolorimetro: anni Quaranta

Nel 1940 un gruppo di scienziati, James Hardy, Helen Goodell e Harold Wolff, annunciò di aver inventato un nuovo dispositivo, molto più preciso, per misurare la soglia del dolore chiamato “dolorimetro”.

Questo strumento utilizzava il calore per infliggere dolore a vari livelli ed era abbastanza forte da dare alle persone ustioni di secondo grado, cosa che fece quando Hardy, insieme ad un altro ricercatore di nome Carl Javert, lo sperimentò sulle donne incinte in travaglio.

Hardy e Javert sembravano avere poca considerazione per le lamentele delle donne incinte su cui avevano testato il dolorimetro, tanto che, nella loro ricerca, scrissero:

“Una paziente diventò così ostile che i tentativi di ulteriori misurazioni furono abbandonati…”

Anni Cinquanta: arrivano i questionari e le scale del dolore

Come per i crini di Von Frey, oggi si possono acquistare versioni moderne del dolorimetro, ma a partire dalla prima metà degli anni Cinquanta questi sistemi vennero superati non solo dai questionari, ma anche dalle scale del dolore.

I questionari, come accade oggi, ponevano ai pazienti una serie di domande e, in base alle risposte, i medici riuscivano a farsi un’idea di quello che sentivano e di quale terapia sarebbe stata più adeguata, e quale no, per il loro male.

Le scale del dolore invece, più difficoltose, chiedono ai pazienti, tramite una serie di numeri, quanto intenso sia il dolore che provano.

Su alcune scale, per aiutare i malati, sono presenti delle faccine che permettono di individuare dove si trova il punto esatto del dolore. La faccina rilassata indica spesso “nessun dolore”, mentre quella in lacrime (che corrisponde al 10) “dolore forte e insopportabile”.

Esistono anche scale per neonati, bambini e adulti che non sono verbali, pensate proprio per permettere ai medici di provare a dare una valutazione del loro dolore.

La scala comportamentale FLACC, per esempio, aiuta i dottori a cercare segni di dolore nei bambini tra i due mesi e i sette anni. I segni includono cose come una mascella serrata, il pianto intenso e prolungato, calci delle gambe e movimenti ridotti.

Tuttavia, come sottolineato da McMahon in una sua ricerca, anche le versioni più moderne delle scale del dolore non sono così perfette come appaiono:

“Il dolore è una cosa soggettiva e, ancora oggi, non abbiamo una macchina oggettiva capace di valutarlo in modo efficace. E questo è vero non solo oggi, ma è sempre stato vero.”

Di Francesca Orelli

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