Storie vere: la guardia di confine che salvò una famiglia ebraica dall’Olocausto (e rifiutò una valigia piena d’oro)

Quando si parla di storie vere, quasi sempre si pensa a quelle più note: a quella di Erin Brockovich, poco conosciuta fino a quando non venne interpretata nell’omonimo film da Julia Roberts, una segretaria precaria, con due divorzi alle spalle, che nel 1993 riuscì a far ottenere un risarcimento di 333 milioni di dollari ai cittadini di Hinkley dalla società Pacific Gas and Electric Company, rea di aver causato numerosi casi di tumori e altrettanti decessi con la dispersione del cromo VI nella falda acquifera.

Oppure, parlando di un esempio più recente, a quella di Ferruccio Bonacina, un ex operaio che, a febbraio 2018, incoraggiato dalla moglie decise di rilevare il suo ex posto di lavoro, la B&B Srl, fallita a novembre 2017, e di diventare imprenditore per salvare i posti di lavoro dei suoi colleghi.

Ce ne sono altre invece che sono meno conosciute, perché fanno parte dei ricordi di famiglia, oppure sono state raccontate dai nonni, che le hanno vissute in prima persona o che ne sono stati testimoni.

Una di queste, che mi è stato chiesto di raccontare (anche se in sé so che non a tutti interesserà, anzi, probabilmente ci sarà anche qualcuno che dirà “Il mio avo ha fatto ben più di lui”, e ne avrebbe anche tutte le ragioni), riguarda il mio bisnonno materno.

Di lui non farò il nome, perché a parte che non penso lo avrebbe voluto, ma sullo stemma di famiglia dei Barella (questo era il suo cognome) c’è un disegno che riassume un po’ anche la sua mentalità, nonché quella della famiglia di mia madre in generale: una barella di legno, che veniva utilizzata proprio dai primi Barella, che lavoravano come soccorritori a Roma, per trasportare i feriti quando ancora non esistevano le ambulanze.

Una barella di legno, come lui, non vuole essere ricordata perché è un oggetto umile, povero e di poche pretese, e in fondo ha un unico obiettivo: portare le persone, e il più in fretta possibile e senza rischi, all’ospedale più vicino.

Per questo senza fare nomi, e solo perché me lo hanno chiesto, ti racconterò la sua storia come me l’ha raccontata la mia nonna materna, tanti anni fa.

Una vita lungo il confine

Il mio bisnonno, come il trisnonno prima di lui e il mio nonno dopo di lui, lavorava come guardia di confine. Allora non c’erano le dogane come le intendiamo noi, ma le guardie, a seconda della necessità, venivano mandate a presidiare i valichi.

Queste guardie, in particolare in Valle di Muggio, dovevano sorvegliare le zone, come Sagno e Scudellate, che confinavano con l’Italia, perché non era raro che da lì passassero anche i contrabbandieri con le “bricolle” (le borse rigide che si caricavano in spalla) con cui portavano riso e sigarette.

Qualche volta però, quando i contrabbandieri non prendevano strade più tortuose per evitarle e passare dall’altra parte senza correre il rischio di essere catturati, le guardie di confine “chiudevano un occhio”, soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale, quando procurarsi anche un pugno di riso diventò molto difficile e, altrettanto spesso, i contrabbandieri rappresentavano una fonte preziosa per il sostentamento delle famiglie più povere che abitavano in valle.

Anzi, pare che, come mi raccontava mia nonna, la mia bisnonna materna avesse anche dato una mano più che consistente ai contrabbandieri, arrivando a coprire alcuni tratti dei loro percorsi (e con tanto di bricolla in spalla) o segnalando loro i posti di confine che erano presidiati dalle guardie.

La famiglia ebraica e la valigia piena d’oro

Quando (purtroppo), sulla scia di quello che stava accadendo in Europa sotto la spinta del nazismo e della “pazzia” di Adolf Hitler, anche in Italia vennero emanate le leggi razziali e antiebraiche, il mio bisnonno venne posto a guardia del confine italo-svizzero di Stabio.

L’ordine, proveniente dai piani alti, era quello di fermare le famiglie ebraiche che, tramite i valichi secondari, cercavano di scappare nel Canton Ticino per sfuggire alla deportazione e ad una morte sicura nei campi di concentramento.

Un giorno il mio bisnonno, mentre si trovava a fare la guardia come al solito, colse una famiglia ebraica sul fatto mentre stava cercando di attraversare il confine.

La famiglia ebraica, per cercare di “corromperlo”, gli porse una valigia piena d’oro.

Il mio bisnonno però non solo la rifiutò, ma permise anche alla famiglia ebraica di attraversare il confine italo-svizzero, mettendola così (a sua insaputa) in salvo e impedendo che, come tante altre, venisse deportata nei lager nazisti, in particolare ad Auschwitz.

Inutile dire che la mia bisnonna, finita la guerra, quando venne a sapere dal mio bisnonno quello che era accaduto, si arrabbiò tantissimo, ma non tanto per aver permesso alla famiglia ebraica di passare, quanto per aver rifiutato una valigia piena d’oro:

“Stupido, perché l’hai rifiutata?! Se non lo facevi, a quest’ora eravamo ricchi!”

Lui però, come la barella con i feriti, non lo aveva fatto con l’intento di guadagnarci, bensì con quello di aiutare delle persone in pericolo a scappare verso “l’ospedale più vicino”, quindi verso un luogo dove sarebbero state al sicuro.

Di Francesca Orelli

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