Banane: la ricerca scientifica per salvarle dall’estinzione

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Le banane sono in pericolo, non per la prima volta.
Durante la prima metà del Ventesimo secolo la varietà di questo frutto più coltivata e diffusa sulle nostre tavole era la Gros Michel; tuttavia all’epoca non si riuscì a far fronte all’attacco di un fungo patogeno appartenente al genere Fusarium denominato TR1 che le portò sull’orlo dell’estinzione. All’epoca per fortuna esisteva un’alternativa: le banane di varietà Cavendish erano resistenti al TR1, nel corso degli anni 60 presero definitivamente il posto delle Gros Michel e ancora oggi le troviamo nei punti vendita di tutto il mondo, il 40% del totale destinato all’alimentazione umana.
Ma da qualche anno anche questa varietà è a rischio e nelle scorse settimane il governo colombiano ha dichiarato una vera e propria emergenza nazionale a causa dell’invasione delle coltivazioni sudamericane da parte di un altro ceppo del Fusarium, il TR4. Le Cavendish sono inermi contro questa nuova minaccia e stavolta non abbiamo una vera e propria “banana di riserva” pronta all’uso. Il Sudamerica è il principale produttore mondiale del frutto e l’economia della Colombia dipende molto dalla sua esportazione, le preoccupazioni del governo locale sono decisamente motivate.
La soluzione a questa emergenza può essere ricercata nella tecnica denominata CRISPR, una forma di editing genetico sviluppata negli ultimi anni che sta dando grandi risultati in diversi ambiti.
Non siamo di fronte alla prospettiva di prodotti geneticamente modificati, OGM, poiché questo tipo di intervento non include “trapianti” di geni da altri organismi; in pratica si tratta di ottenere gli stessi risultati che si otterrebbero tramite gli incroci fra varietà della stessa specie (tutti gli alimenti che troviamo quotidianamente sulle nostre tavole hanno questa origine), ma oggi lo si può in modo molto più mirato e non casuale, con un controllo assai maggiore sui risultati.
Il problema peculiare in questo caso è che le Cavendish non possono essere soggette a incroci “vecchio stile” poiché sono frutti partenocarpici, ovvero si sviluppano in assenza di fecondazione e sono privi di semi. Ciò è necessario proprio affinché risultino commestibili: le banane selvatiche da cui derivano, Musa acuminata e Musa balbisiana, sono piene di semi, addirittura a centinaia.
Le ricerche in questa lotta contro il TR4 stanno prendendo varie direzioni in laboratori sparsi per il mondo: le opzioni allo studio includono risvegliare un gene “dormiente” nella Cavendish che potrebbe renderla immune al fungo oppure rimuoverne un’altro che potrebbe essere il responsabile della vulnerabilità, mentre una terza ricerca mira a potenziare il sistema immunitario del frutto, rendendola anche in questo modo resistente al TR4.
Non è ancora chiaro come verrebbe accolto un prodotto finale ottenuto tramite CRISPR nelle varie parti del mondo: se in Nord e Sud America ciò non dovrebbe costituire un problema, l’Unione Europea sembra voler mantenere regole strette per l’editing genetico come per gli OGM. Scelta che sta destando polemiche, poiché come spiegato poc’anzi si tratta di questioni del tutto diverse.
Non si è comunque abbandonata la possibilità di orientarsi verso la commercializzazione di altre varietà di banana, ma bisogna superare diversi problemi che vanno dalla minore produttività e resistenza generale durante il trasporto su lunghe distanze rispetto alla Cavendish ai sapori che risulterebbero diversi. Le stesse Gros Michel erano più dolci delle banane che consumiamo oggi, ma in questo caso le differenze potrebbero essere più marcate. Oltre naturalmente al problema di base, la vulnerabilità al TR4, che persisterebbe.
Tutte le strade sono tenute aperte al fine di salvare questo frutto che, oltre a essere l’alimento più completo disponibile in natura (per la varietà di vitamine, proteine e minerali che può offrire), è fondamentale per la sussistenza di intere nazioni.

Di Corrado Festa Bianchet

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