La Storia della Filosofia Occidentale – Capitolo XI: i Sofisti (III Parte)

Dopo aver presentato gli elementi caratteristici della Sofistica ed aver parlato di Protagora, ovvero il primo e più importante esponente della stessa, è giusto approfondire anche il pensiero di Gorgia, altro importantissimo maestro della retorica dell’epoca.

Gorgia da Lentini, nato in Sicilia intorno al 485 a.C., pare sia vissuto ben 109 anni. Nella sua lunghissima vita, il discepolo di Empedocle incantò con la sua oratoria diverse platee, tra le quali quelle dalla Grecia. Proprio ad Atene, l’Epitaffio per i caduti durante la guerra rimane, probabilmente, il suo discorso più celebre.

I paradossi di Gorgia e la critica alla metafisica

Per capire quale fosse la visione di Gorgia, basta prendere in considerazione il suo primo scritto Sul non essere, all’interno del quale egli stesso dichiara i principi che ne scandiscono le tesi:

  1. Nulla è;
  2. Se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile per l’uomo;
  3. Se anche qualcosa fosse conoscibile, sarebbe incomunicabile agli altri.

Quella di Gorgia non è solo una semplice provocazione, ma una critica mirata ai filosofi presofisti, i quali avevano ricercato il principio (archè) di tutte le cose basandosi su una struttura concettualmente fallace.

Nella pratica, essendo la mente dell’uomo in grado soltanto di filtrare la realtà, senza poterla percepire per ciò che essa effettivamente è, non è possibile per nessuno conoscerla davvero, anche in caso questa esistesse.

Il pessimismo di Gorgia si pone in netta contraddizione anche con il concetto di Essere parmenideo immutabile, immobile e unico, arrivando ad esprimere l’impossibilità, quindi, non solo di spiegare o comprendere la realtà, ma addirittura che essa stessa esista per l’uomo.

Segnando un’inevitabile frattura tra la mente e le cose che compongono il mondo che ci circonda, Gorgia si contraddistingue per quello che può essere definito uno scetticismo metafisico, secondo cui l’umano non può parlare dell’Essere, né comprenderlo.

Qualsiasi concettualizzazione basata sulla teologia o sulla cosmologia si scontra con questa prima, importantissima critica alla metafisica, anticipando correnti filosofiche molto più moderne come l’empirismo.

Il pensiero e la verità, in quest’ottica che accompagna tragicamente ogni campo dello scibile, diventano nulli, e tutto può essere considerato sia vero che falso, aprendo le porte al potere totale della capacità di argomentare.

L’Encomio di Elena ed il potere della retorica

Differentemente da Protagora, che richiama l’utile come unico mezzo attraverso il quale ricercare la verità, Gorgia trova nella forza delle parole l’unico strumento per dominare gli stati d’animo propri e altrui.

La capacità di destreggiarsi con la retorica, considerata dal sofista alla base di una conoscenza in ogni caso apparente, viene celebrata da Gorgia attraverso l’Encomio di Elena.

L’abile oratore, attraverso l’arte dell’eloquenza, si propone di scagionare Elena dalla colpa di aver provocato la guerra di Troia, abbandonando Menelao in favore di Paride.

Seguendo una serie di meticolosi ragionamenti logici, Gorgia fa risalire prima le responsabilità al volere degli dei, ed in ultima analisi al Fato, la cui influenza era notoriamente superiore, per i Greci, anche a quello degli dei stessi.

Il testo vuole essere la prova inconfutabile di come, attraverso la retorica, sia possibile ribaltare anche un convincimento popolare consolidato da secoli di tradizione.

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