Betelgeusecontinua a far parlare di sé, con una nuova ipotesi riguardo le cause della marcata diminuzione nella luminosità degli ultimi mesi.
L’astro, uno dei più luminosi nel cielo notturno (ma sceso rapidamente di diverse posizioni in classifica), è unasupergigante rossa: circa venti volte la massa del Sole ma mille volte le sue dimensioni.
Anche il Sole si evolverà in gigante rossa, verso la fine del proprio ciclo vitale
Per questa loro rarefazione le stelle appartenenti a tale tipologiapulsanocon cicli dell’ordine di mesi o anni e la luminosità è di conseguenza variabile, ma certonon nel modo estremo di Betelgeuse, il 40% in meno nel giro di pochi mesi.
In una stella di tali dimensionila gravità ha un effetto minore sugli strati più esterni, che possono espellere materia con più facilità. I gas così rilasciati si raffreddano e, permanendo nell’orbita della stella, la possono parzialmente oscurare. Questo materiale assume il nome dipolveri, e si è ritenuto fosse questo il fenomeno alla base del calo di luminosità.
Resta incerto il futuro imminente (su scala temporale cosmica) di Betelgeuse
Tuttavia una nuova ricerca internazionale, guidata dalladottoressa Thavisha Dharmawardena del Max Planck Institute for Astronomy di Heidelberg, getta nuova luce sull’oscuramento dell’astro.
L’Atacama Pathfinder Experiment (APEX)e ilJames Clerk Maxwell Telescope (JCMT)sono strumenti in grado di rilevare radiazioni nellospettro non visibilenell’ordine dei terahertz; proprio in questa particolare lunghezza d’onda (misurabile in micron, millesimi di millimetro) le polveri, invisibili all’occhio umano, dovrebbero brillare.
Analizzando dati sia nuovi che d’archivio, il team ha invece scoperto una diminuzione della luminosità, stavolta del 20%, anche in questo caso. L’esperienza insegna che ciònon è compatibilecon la presenza di polveri a oscurare la stella e misurazioni e calcoli eseguiti dal team per ottenere una stima più precisa della loro influenza in questa specifica lunghezza d’onda confermano cheil calo della luminosità è da ricercarsi in Betelgeuse stessa.
Persino con sonde come SOHO e Parker che lo stanno studiando da distanza ravvicinata, il funzionamento nostro Sole è tutt’ora irto d’incognite
La luminosità di una stella non dipende solo dalle sue dimensioni, se così fosse “rimpicciolendola”la radiazione luminosa diminuirebbe in tutte le lunghezze d’onda; è invece molto importante anche latemperatura, soprattutto della superficie (fotosfera): al suo variare la radiazione emessa segue regole diverse.
L’analisi ha rivelatouna temperatura non uniforme lungo tutta la fotosferadi Betelgeuse e le aree interessate corrispondono a quelle evidenziate nelle immagini ad alta risoluzione nella luce visibile.
Si tratterebbe in sostanza del fenomeno noto comemacchie solari, comune anche nelle giganti rosse oltre che nel nostro Sole. Il problema è che le macchie in questo caso coprirebberodal 50 al 70% della superficie della stella, fatto davvero insolito.
Nel Sole le macchie presentanoun ciclo di 11 anni, ma persino riguardo la nostra stella queste periodiche variazioni nella temperatura e nei campi magnetici di alcune zone della fotosfera sono tutt’ora oggetto di studio e di controversie riguardo la loro origine e gli effetti. E sappiamo ancor meno riguardo il loro comportamento nelle giganti rosse.
Nel caso di Betelgeuse, anchei precedenti cali di luminositàpotrebbero essere dovuti a questo fenomeno che si presenta su scala così insolitamente ampia. Saranno i prossimi anni di studio a dirci di più. Di certo, Betelgeuse resta un osservato speciale.
La ricerca è stata pubblicata suThe Astrophysical JournalIl 29 giugno 2020.
Di Corrado Festa Bianchet






