Riciclare la plastica: verso metodi più efficaci

400 kg di plastica per persona, in media. È la quantità di scarto accumulata nelle discariche o “libera” in giro per il pianeta, magari in forma di enormi aggregati negli oceani. Quattrocento chilogrammi per persona su una popolazione di quasi otto miliardi di individui.

Il 45% della plastica prodotta giace inutilizzata o dispersa

I problemi principali sono costituiti dalla non riciclabilità di alcuni tipi di plastica, mentre altri lo sono con difficoltà, mentre molto materiale riciclabile finisce comunque dove non dovrebbe. Inoltre, a differenza dei metalli la plastica non può essere riciclata all’infinito e spesso, esaurita la sua seconda vita, il problema si ripresenta.

Le attuali tecniche di riciclo implicano la polverizzazione tramite un procedimento meccanico che in pratica trita le materie plastiche. Fra i limiti di questo metodo vi è anche l’impossibilità di trattare la plastica in forma di film particolarmente sottile o le microplastiche, tanto piccole ma che rappresentano una percentuale importante dell’inquinamento degli oceani.

Spezzare i legami fra molecole

Ma esiste anche la possibilità di un riciclaggio basato su procedimenti chimici: i polimeri, le materie plastiche, sono formate da molecole semplici, i monomeri, che possono essere uniti e combinati per creare materiali dalle svariate qualità e caratteristiche, basate sui monomeri stessi e sul modo in cui vengono uniti fra di loro. E questo determina anche la difficoltà più o meno elevata nel rompere tale legame.

Rompendo il legame fra queste molecole semplici si possono ottenere dei mattoni di base attraverso cui creare altri materiali utili. È tutta una questione di energia e un metodo semplice è la pirolisi, ovvero l’applicazione di calore senza l’utilizzo di altre sostanze chimiche.

Alla ricerca del giusto catalizzatore, fra chimica e biologia

Facendo uso di un giusto catalizzatore e potendo controllarlo con precisione è possibile rendere molto più rapido ed efficiente il processo. Fra i catalizzatori biologici troviamo anche le molecole chiamate enzimi che, fra l’altro, sono fondamentali nel processo della digestione.

È possibile digerire la plastica? In effetti, sì: conosciamo una cinquantina di microorganismi plastivori in grado di spezzare i legami dei polimeri proprio grazie agli specifici enzimi presenti nel loro apparato digerente; tuttavia i limiti attuali consistono nella necessità di creare ambienti adeguati, per esempio a livello di temperatura e acidità, a garantire la sopravvivenza di questi organismi. I tempi necessari alla digestione sono inoltre generalmente lunghi. La ricerca è in pieno corso ed è probabile che in futuro saranno una valida opzione a livello commerciale.

Dalla bioplastica al grafene: preziosi materiali di recupero

Ma esistono altri catalizzatori efficaci e rapidi, come la nanoparticelle di ferro (già ampiamente in uso in campo medico) in grado di ricavare nanotubi di carbonio, importante base per le componenti elettroniche, dalla plastica nera, difficile da trattare e di recente oggetto di attenzione per il rischio (secondo uno studio dell’Università di Plymouth, Regno Unito) della presenza di sostanze particolarmente nocive in questo materiale di ampio uso nel settore degli imballaggi.

La ricerca sta portando verso nuove opportunità, come la conversione dell’olio alimentare usato (un polimero naturale) in resine per la stampa 3D o il riciclo di plastica ma anche gomma e persino cibo per la produzione di grafene, un materiale dalle straordinarie caratteristiche e mille campi di applicazione, non ancora del tutto esplorati.

È inoltre recente la pubblicazione di una ricerca della Bath and Birmingham University che propone un sistema a basse temperature e con catalizzatori più ecocompatibili per riciclare le bioplastiche, che sono sì di base più ecologiche di quelle sintetiche, ma hanno il limite, almeno finora, di essere monouso e sebbene non vi sia rilascio di CO2 durante la produzione, ve ne è durante il processo di degradazione.

Per contro, sono in fase di sperimentazione, anche con stabilimenti-pilota, tecniche per la la produzione proprio di bioplastiche (ma anche altre sostanze utili come l’ammoniaca o i biocarburanti) usando come materia prima proprio la CO2, magari catturata direttamente dall’aria.

La ricerca verso l’economia circolare del carbonio è aperta e segue molte strade.

Di Corrado Festa Bianchet

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