Le tecniche per sondare le decisioni sociali: l’Ultimatum Game

Molti dei paradigmi utilizzati in psicologia prevedono la possibilità di arrivare, attraverso i compiti richiesti ai soggetti durante l’esperimento, ad una comprensione maggiore di quelle che sono le tendenze degli esseri umani davanti a situazioni ambigue.

L’ultimatum game, introdotto Guth nel 1982, è un metodo utilissimo per sondare quelle che vengono definite decisioni sociali: azioni le cui conseguenze hanno impatto su qualcun altro oltre che noi stessi, oppure che dipendono dalle scelte di altri.

Il task, molto semplice da sottoporre, prevede che siano presenti due partecipanti: un offerente e un ricevente. Il primo avrà la possibilità di decidere come dividere una somma di denaro che viene dichiarata dallo sperimentatore, e il secondo dovrà scegliere se accettare o no l’offerta. In caso di rifiuto, nessuno dei due partecipanti all’esperimento riceve denaro.

Se volessimo fare un esempio pratico, potremmo pensare ad una somma di 100 euro che l’offerente deve amministrare, proponendo al ricevente una quota. Potrebbe decidere per una spartizione equa 50 e 50, oppure mostrarsi meno magnanimo ed optare per tenere 80 euro per sé e offrire solo 20 euro al soggetto ricevente.

La domanda da porsi, però, non riguarda tanto l’offerta, quanto la risposta. Se il soggetto che riceve l’offerta agisse in maniera totalmente razionale, dovremmo aspettarci un’accettazione per qualsiasi cifra, anche se fossero solo 10 euro sui 100 a disposizione. Ciononostante, i dati riportati nei tanti studi che hanno utilizzato l’ultimatum game portano a delle conclusioni diverse.

Quando l’offerta è inferiore al 30% del “bottino” totale, i soggetti che ricevono l’offerta tendono a rifiutarla, preferendo che nessuno dei due partecipanti ottenga nulla.

Oltre ad essere prova di come gli uomini non compiano le proprie scelte solo in base ad una fredda analisi di costi e benefici, ma vengano guidati nel decidere anche dalle proprie emozioni, il paradigma evidenzia come sia insito negli individui un senso di moralità e di equità, che conduce alla necessità di punire l’altro.

Questa volontà di insegnare una regola sociale, e di far comprendere che un’offerta particolarmente ingiusta non potrà essere tollerata, porta con sé non solo dei concetti psicologici e relativi alle differenze individuali come la stima che il soggetto ha di sé stesso e i valori che possono essere più o meno marcati sul senso di giustizia, ma anche dei correlati dal punto di vista biologico.

Quando sono state investigate le aree cerebrali che si “accendevano” maggiormente nel momento di rifiuto dell’offerta iniqua, sono state riscontrate delle attivazioni soprattutto nella corteccia cingolata anteriore (ACC) e nell’insula.

Effettivamente l’ACC consiste in un’area frontale coinvolta nell’esperienza di situazioni conflittuali, nelle quali il nostro cervello registra che qualcosa non sta andando come dovrebbe. Ma ciò che è più interessante è il lavoro dell’insula, un’area che è attiva davanti a situazioni disgustose.

In sostanza, invia segnali alle altre regioni quando ci troviamo davanti a qualcosa che non deve essere ingerito o che può essere contaminante. Mettendo insieme queste informazioni, è facile arrivare alla conclusione che i sistemi cerebrali sottostanti al disgusto contaminante sono gli stessi che si attivano davanti al disgusto morale.

Nel corso dell’evoluzione, quindi, un’area che era pronta ad avvertire i nostri antenati davanti ad una sostanza da evitare e da sputare via, si è pian piano specializzata anche nel rifiuto di persone che ci trattano ingiustamente, e che manifestano comportamenti socialmente inaccettabili dal nostro punto di vista.

di Daniele Sasso

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