Scrittura creativa e cinema: The Notebook e il finto narratore esterno

Chi non ha sognato una storia d’amore come quella di Allie e Noah? La loro relazione intensa e travagliata si snoda per oltre sessant’anni, strappando più di un sospiro e di una lacrima anche agli spettatori più esigenti. Il film di Nick Cassavetes, adattamento al celebre romanzo di Nicholas Sparks, ha letteralmente lanciato le carriere di Ryan Gosling e Rachel McAdams e a distanza di 16 anni dall’uscita, continua a rimanere uno dei nostri film preferiti.

Per questo, abbiamo scelto di dedicargli il nuovo episodio della rubrica Scrittura creativa e cinema. Ma anche, e soprattutto, perché è costruito giocando in maniera particolare con uno strumento della scrittura creativa molto comune: il narratore esterno. Prima di continuare, è bene informarvi che questo articolo contiene spoiler sul film. Se ancora non l’avete visto… be’, che state aspettando? Correte a recuperarlo e poi tornate a leggere!

Il narratore esterno o a focalizzazione zero

Cosa si intende per narratore esterno? In scrittura creativa, è quella voce narrante che racconta una vicenda in terza persona, nella quale non ha parte e che riguarda personaggi a lei estranei. I narratori esterni sono solitamente bardi, cantastorie o personaggi secondari o terziari che osservano la storia a distanza, e la riportano più o meno fedelmente al lettore.

Si dice anche narratore a focalizzazione zero perché non tende mai a concentrarsi su uno specifico personaggio. Sorvola tutto dall’altro, riportando i fatti senza inquinarli con il suo personale punto di vista. Ora, se avete visto The Notebook avrete già notato che questo, nel film, è vero solo in parte. Da quelle differenze che iniziano ad apparirvi davanti agli occhi discende il seme di questo approfondimento.

Il finto narratore esterno in The Notebook

The Notebook

All’inizio del film, ci vengono presentati due anziani personaggi, che vivono in una casa di riposo. Lui si fa chiamare Duke, mentre di lei al principio non ci viene svelato il nome. Quello che sappiamo, però, è che lei soffre di una malattia molto debilitante. Duke la approccia con dolcezza, e dopo aver vinto la sua ritrosia, le propone di leggere una storia.

Quella narrata nel libro di Duke è la storia di Noah e Allie, raccontata da quello che in apparenza sembra un canonico narratore esterno. Più andiamo avanti con il film, però, più ci rendiamo conto dell’inganno: l’anziana donna che ascolta la storia sembra infatti aver perso la memoria, ma qualcosa comincia ad affiorare man mano che Duke legge.

E così, scopriamo che quella contenuta nel libro non è che la loro storia, che lei soffre di demenza senile e che lui legge per lei quasi ogni giorno nella speranza di riportarla indietro. Il vero e proprio colpo di scena, però, arriva quando scopriamo che ad aver scritto la storia è stata proprio lei, Allie. Che l’ha poi consegnata a Noah/Duke affinché lui avesse sempre qualcosa per ricordarle chi era.

Ecco quindi che il nostro narratore esterno si svela per quello che è realmente: la stessa Allie, la protagonista della storia, la focalizzazione interna più forte che possa esserci. Questo trucco, usato dallo stesso Sparks nel romanzo, è ciò che rende The Notebook così diverso e apprezzabile. Il suo giocare con la spettatore rende la storia memorabile, e l’espediente riesce persino a strapparci un’altra lacrimuccia prima del gran finale.

The Notebook è dunque una storia d’amore unica, sia per l’intensità del sentimento che racconta, sia per l’uso magistrale che fa di uno degli strumenti più potenti della scrittura creativa.

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