La calde acque del Mare di Bering e le migrazioni umane in America

I tempi e le modalità con cui i primi esseri umani raggiunsero le Americhe è da sempre oggetto di ricerca e dibattito. Nella seconda metà degli anni Novanta iniziò a prendere corpo un’ipotesi denominata arresto beringiano (o anche isolamento o permanenza).

Il dato certo è che gli antichi umani dall’Asia attraversarono a piedi l’attuale Stretto di Bering, in un periodo in cui era possibile farlo, per poi distribuirsi lungo il Nord America, dove troviamo le prime tracce d’insediamento datate a 15000 anni fa e attribuite al tutt’ora misterioso Popolo Clovis.

Presunti reperti che potrebbero retrodatare la presenza umana in America sono al momento oggetto di discussione

Precedenti ricerche genetiche avevano indicato in modo chiaro che la separazione fra gli esseri umani asiatici e quelli stabilitisi in America sarebbe avvenuta 25000 anni fa, lasciando quindi un buco di ben 10000 anni.

Il periodo di massima espansione dei ghiacci durante l’ultima Era Glaciale (denominato appunto massimo glaciale) portò a un abbassamento nel livello degli oceani, portando all’emergere di una striscia di terra fra la Kamchatka e l’Alaska: la Beringia.

Lungi dall’essere un mero corridoio di passaggio, come a lungo pensato, costituiva invece un ambiente lussureggiante e favorevole alla stanzialità umana, come confermato negli ultimi anni dall’analisi dei carotaggi che hanno rivelato la presenza di insetti, pollini, vegetazione, inclusi alberi e cespugli oggi non più tipici di quella zona.

Il periodico innalzarsi e abbassarsi degli oceani avrebbe anche consentito all’uomo di lasciare a più riprese l’Africa, lungo altre vie

L’antica civiltà si sarebbe lì insediata e la permanenza, in una sorta d’isolamento genetico, perdurata appunto ben 10000 anni prima che il mutare delle condizioni ambientali costringesse a una prima migrazione verso oriente.

Oggi una nuova ricerca contribuisce a dar vigore all’ipotesi dell’arresto in Beringia: l’analisi di sedimenti raccolti sui fondali marini ha consentito ai ricercatori di ricostruire il clima e la condizione del Pacifico del Nord ai tempi fra il massimo glaciale e l’inizio del ritiro dei ghiacci, rivelando una situazione ben diversa dall’odierna con correnti oceaniche calde che creavano un ambiente mite in quello che oggi è il freddo Mare di Bering.

L’antico popolo antenato dei nativi americani avrebbe quindi prosperato per millenni in una sorta di ampia oasi incuneata fra i due continenti, isolata dai ghiacci e sviluppando quella sorta di tipicità genetica ancora oggi rinvenibile nel DNA mitocondriale dei moderni nativi americani.

Ciò che manca, e che aveva inizialmente causato lo scetticismo dei paleoantropologi di fronte all’ipotesi dei genetisti, sono le prove archeologiche di insediamenti. La difficoltà consiste nel doverli ritrovare in terre oggi sommerse dalle acque, ma le ricerche paleoclimatiche confermano l’attendibilità dell’ipotesi beringiana e di una regione rimasta a lungo favorevole allo sviluppo di comunità di antichi uomini e donne.

La ricerca, “Overturning circulation, nutrient limitation, and warming in the Glacial North Pacific”, che ha coinvolto un team internazionale di ricercatori di istituti americani, britannici e francesi, è apparsa il 9 dicembre 2020 su Science Advances.

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