Scheletro di 10000 anni ritrovato in Messico: il mistero delle migrazioni nel Nuovo Continente

L’America fu l’ultimo dei continenti in cui giunse l’uomo nelle sue migrazioni partite dall’Africa: le tracce più antiche della presenza di nostri antenati nel nord del continente risalgono a un periodo compreso fra i 12000 e i 13000 anni fa, relativamente poco se paragonato agli oltre 40000 anni di presenza dell’homo sapiens in Europa.

Da dove passarono?

Non è ancora del tutto chiaro il percorso seguito per giungere nel Nuovo Continente: l’ipotesi più accettata prevede la migrazione sia partita dal sud-est asiatico (da cui il nome paleoindiana) al termine dell’ultima Era Glaciale, quando lo stretto di Bering che oggi separa l’Alaska dalla Russia era una striscia di terra libera dai ghiacci chiamata Beringia.

Si è a lungo supposto, in base ai reperti, lo spostamento da nord a sud fosse avvenuto attraverso delle vie interne poiché non vi erano indicazioni in tal senso lungo il percorso più logico, la costa orientale, ma quest’ultima ipotesi è da qualche tempo tornata a essere presa seriamente in considerazione per la consapevolezza ormai acquisita che il livello delle acque fosse in tempi antichi molto più basso; le tracce della presenza umana sarebbero quindi celate decine di metri sotto il Pacifico, con intuibili difficoltà per la ricerca.

Chi arrivò per primo in America e quando?

Ma persistono altri misteri: si riteneva i primi abitanti dell’America appartenessero alla Cultura Clovis, dal nome del sito nel Nuovo Messico in cui nel 1929 furono scoperti i primi manufatti attribuiti a questo popolo (risalenti a 13500 anni fa); negli anni 70 nel sito di Monte Verde in Cile furono tuttavia trovati reperti che retrodaterebbero la presenza umana di duemila anni. Con l’enigma di tracce di presenza in Sudamerica di molto precedenti quelle in Nordamerica.

Il ritrovamento

In questo scenario si colloca la scoperta dello scheletro di una donna trentenne paleoindiana nella cava messicana di Chan Hol, nei pressi della città di Tulum (penisola dello Yucatan, incidentalmente dove si sarebbe schiantato l’asteroide che causò l’estinzione dei dinosauri). La cava è un cenote, struttura sotterranea soggetta ad allagamento tipica della zona e di enorme interesse proprio per gli antropologi ma anche pericolose e di difficile esplorazione in quanto in gran parte sommerse dalle acque.

L’analisi dei resti, ben conservati sebbene ne sia stato ritrovato solo il 30%, rivela peculiarità che lo differenziano dagli scheletri risalenti allo stesso periodo ritrovati in precedenza. L’ipotesi tutt’ora prevalente prevede una singola, omogenea e rapida migrazione attraverso la Beringia, ma le differenze morfologiche fra diversi individui suggeriscono piuttosto la coesistenza in Messico, fra gli 8 e i 12 mila anni fa, di almeno due differenti comunità paleoindiane di provenienza diversa, una nel centro dell’attuale nazione e l’altra nel sud del Paese, nello Yucatan appunto.

Un mistero da svelare

Il dubbio che i ricercatori dovranno tentare di risolvere: i due gruppi distinti provenivano indipendentemente da zone diverse del sudest asiatico oppure gli abitanti dello Yucatan vissero in isolamento tanto a lungo da differenziarsi dagli altri abitanti della stessa regione?

Lo studio è stato pubblicato il 5 febbraio 2020 su PloS One (Wolfgang Stinnesbeck, Samuel R. Rennie, Jerónimo Avilés Olguín, Sarah R. Stinnesbeck, Silvia Gonzalez, Norbert Frank, Sophie Warken, Nils Schorndorf, Thomas Krengel, Adriana Velázquez Morlet, Arturo González González)

Di Corrado Festa Bianchet

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