L’apprendimento prenatale: quello che il bambino sa già fare nell’utero materno

Nello studio dell’arco di vita degli esseri umani, la ricerca inerente alla vita del feto prima della nascita è stata spesso soggetta ad alcune problematiche sia teoriche che metodologiche.

L’errore più comune sta, in primo luogo, nella definizione di quelle caratteristiche e propensioni che vengono considerate “innate” come predeterminate geneticamente.

Nonostante sia difficile ottenere delle misurazioni dirette del feto, le evidenze raccolte hanno dimostrato più volte, invece, come già nell’utero l’ambiente giochi un ruolo cruciale, determinando un percorso che non può essere compreso scindendo il fondamentale apporto della genetica dalle influenze ambientali che condizionano il dispiegarsi dello sviluppo già nella fase prenatale.

Il movimento e i sensi nell’utero

Un esempio, da questo punto di vista, può essere considerata la presenza, già tra la decima e la dodicesima settimana di vita uterina, di una dominanza della mano destra nel 90% degli embrioni. Inoltre, i movimenti all’interno dell’utero, se pur non fluidi e integrati, compaiono già dopo 7 settimane di gestazione.

Concentrandosi su parametri come il battito cardiaco, i movimenti oculari e quelli del resto del corpo, è stato possibile comprendere come questi riflettano una continua evoluzione dei modelli di comportamento del feto, i quali determinano da subito un progressivo sviluppo nell’integrazione e nel funzionamento del cervello del nascituro.

Il collegamento tra lo sviluppo cerebrale e i movimenti ha fornito anche le basi per una valutazione più accurata del benessere dell’organismo stesso. I comportamenti spontanei nell’utero, infatti, generano un carico motorio che appare essenziale per consentire lo sviluppo scheletrico e la “costruzione del corpo”.

Anche dal punto di vista sensoriale, sono tante le evidenze che dimostrano come sia possibile non solo stimolare il feto, ma anche determinare delle conseguenze che si protrarranno nella vita dopo il parto.

Attraverso un paradigma che permette ai neonati di mostrare la loro preferenza verso uno stimolo attraverso la suzione, è stato visto come le preferenze fossero presenti per fiabe che erano state raccontate loro quando erano ancora nell’utero materno.

Dalla voce materna allo sviluppo del linguaggio

Anche la preferenza verso il suono della voce materna, considerata una caratteristica innata e geneticamente predeterminata, potrebbe quindi derivare anche dell’ascolto continuativo della madre nell’utero, ovvero da un effetto ambientale.

L’esposizione prenatale a diversi stimoli uditivi di natura differente, infatti, può ridurre la rilevanza del linguaggio e nuocere allo sviluppo delle strutture neurali coinvolte nell’elaborazione dello stesso.

Questi elementi conducono a considerare la continuità dell’ambiente sensoriale (prima e dopo la nascita) come un fattore fondamentale per l’acquisizione del riconoscimento degli stimoli.

Anche se la maggior parte degli esperimenti si sono concentrati sul senso dell’udito, altre evidenze sono state ottenute analizzando le preferenze nel gusto: i risultati mostrano come i sapori prediletti dalla madre, attraverso il passaggio nutrizionale del liquido amniotico, condizionino le preferenze alimentari dei bambini anche nove anni dopo la nascita.

L’ambiente e la genetica

Visti gli effetti duraturi dell’apprendimento prenatale su meccanismi diversi (che vanno dai sistemi sensoriali e maggiormente cognitivi a quelli motori), è stato sottolineato da diversi esperti come l’ambiente fetale rappresenti una fonte diversificata e dinamica di stimolazione, in grado di influenzare le preferenze e il comportamento futuro.

In conclusione, è possibile definire il comportamento fetale come un elemento decisivo per lo sviluppo biologico e comportamentale, il quale dipende solo in parte dai vincoli genetici.

di Daniele Sasso

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