La terribile storia del piccolo Albert: l’esperimento controverso di Watson sul condizionamento della paura

Il comportamentismo, un filone teorico della psicologia sviluppatosi nei primi anni del ‘900, era basato sull’assunto che il comportamento dell’individuo dovesse essere l’unica unità di analisi scientificamente studiabile della mente umana.

Basato su un metodo che prevedeva l’osservazione della risposta comportamentale ad un dato stimolo ambientale, questo approccio considerava il cervello come una “black box”, una scatola nera impossibile da sondare al suo interno.

Il padre del comportamentismo, John Watson, aveva basato i propri studi sul concetto di condizionamento: uno stimolo espresso naturalmente (stimolo incondizionato), poteva essere associato ad uno stimolo artificiale (stimolo condizionato). Di conseguenza, lo stimolo condizionato, a seguito dell’associazione, avrebbe prodotto la stessa risposta comportamentale che inizialmente derivava solo dallo stimolo incondizionato.

Un esempio classico per comprendere meglio il condizionamento può essere rintracciato in Ivan Pavlov, che per primo scoprì (casualmente) questo meccanismo. Il fisiologo russo si accorse che i cani salivavano non solo quando portava loro del cibo, ma anche quando suonava un campanello che era solito utilizzare prima di nutrirli.

La risposta comportamentale della salivazione, inizialmente associata al cibo (stimo incondizionato), adesso poteva venire elicitata anche suonando solo il campanello (stimolo condizionato). Questo perché il cibo era stato associato al suono, e quest’ultimo bastava per determinare la risposta salivare.

Per dimostrare questo meccanismo negli esseri umani, Watson ricorse però ad un esperimento che ancora oggi viene ricordato come uno dei più controversi in psicologia, e che ovviamente non dovrebbe mai più essere replicato.

Siamo nel 1920. Albert era un bambino di pochi mesi affetto da idrocefalia, una condizione che comporta un accumulo di liquido all’interno del cranio. A causa della sua condizione, Albert viveva in ospedale con la madre, ed era quindi il soggetto perfetto da tenere costantemente sotto controllo.

All’inizio dell’esperimento a cui fu sottoposto, venivano presentati diversi stimoli dalla consistenza simile, tra cui un topo dal pelo bianco. Ogni volta che il bambino toccava l’animale, però, una barra di ferro veniva colpita pesantemente dietro di lui. Il forte rumore, ovviamente, provocava trasalimento e infine pianto nel neonato.

Con il passare dei giorni il piccolo iniziò ad associare quel terribile rumore con il pelo del topo. Alla decima prova, infatti, alla sola vista dell’animale Albert scoppiava a piangere e a gattonare via.

Watson era riuscito a trasferire la paura derivata dal rumore della barra metallica (stimolo incondizionato) al topo (stimolo condizionato), ma non solo. La risposta condizionata si era estesa ad altri oggetti che avevano una consistenza simile al tatto (come anche una maschera di Babbo Natale), e che scatenavano ogni volta la disperazione del bambino.

Dopo tre mesi, il piccolo Albert continuava ad apparire terrorizzato davanti a certi oggetti. Alla fine venne portato via dall’ospedale, ma visse solo altri 5 anni prima di morire a causa della sua idrocefalia.

Lo studio di Watson, condotto cento anni fa, pur rimanendo una delle prime importanti prove su cui è basato il sapere psicologico, corrisponde anche all’esperimento moralmente improponibile di chi ha anteposto la scoperta al rispetto della vita umana. Una storia tragica che assume importanza al di là dei suoi risultati scientifici, ricordandoci come l’etica debba sempre accompagnare ogni ricerca.

di Daniele Sasso

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