Utensili ricavati dalle ossa di giganteschi elefanti nella Roma di 400.000 anni fa

98 strumenti in osso portati alla luce nel sito di Castel di Guido, Roma, fra il 1979 e il 1991: il nuovo studio realizzato dal team guidato dall’archeologa Paola Villa ha condotto a risultati di grande importanza scientifica.

Un alveo torrentizio ormai da tempo scomparso costituiva un punto di ristoro per la fauna dell’epoca, fra cui i Palaeoloxodon antiquus, giganteschi elefanti alti oltre quattro metri al garrese e lunghi nove, dotati di zanne anch’esse assai più sviluppate rispetto ai moderni elefanti africani, tanto che si protendevano a sfiorare il terreno.

Sempre a Castel di Guido nel sito della Polledrara di Cecanibbio (Roma) nel 2011 fu ritrovato un eccezionale esemplare di elefante di 300.000 anni fa

A volte i pachidermi trovavano la morte in questi luoghi e qualcuno era pronto ad approfittare dell’occasione: siamo nell’Italia di 400.000 mila anni fa, all’inizio della presenza in Europa dell’uomo di Neandertal, e secondo la professoressa Villa proprio i nostri cugini stretti (nell’area vi sono ampie testimonianze di attività anche dell’Homo Heidelbergensis) realizzavano utensili dalle ossa degli animali a loro disposizione.

I motivi di particolare interesse degli strumenti ritrovati consiste soprattutto nelle particolari modalità di fabbricazione che implicano un approccio sistematico e standardizzato. È come se una sorta di operai specializzati preistorici avessero iniziato a produrre con metodo dando vita a una rudimentale catena di produzione. Una prima fase implicava rompere e modellare grossolanamente le ossa in modo da ricavare una sorta di base standard su cui lavorare più finemente in modo da ricavarne attrezzi appuntiti o affilati destinati a un’ampia gamma di usi diversi.

Una cassetta degli attrezzi del pleistocene

Fra questi vi era anche un lisciatoio (lissoir), uno strumento a tutt’oggi in uso per la concia delle pelli la cui invenzione è stata in anni recenti attribuita proprio all’uomo di Neandertal ma che sarebbe divenuto di uso comune solo centomila anni più tardi rispetto alla datazione degli strumenti di Castel di Guido.

E identico discorso per il sistema di produzione stesso rispetto a quanto scoperto in siti analoghi nel resto d’Europa. Altrove gli ominidi tendevano a trasformare in strumenti utili le ossa, per lo più di piccole dimensioni, ritrovate occasionalmente e non sembra esserci la sistematicità riscontrata a Castel di Guido.

Non si trattava di ominidi più intelligenti dei loro contemporanei: probabilmente la ragione va ricercata nel dover adattare le proprie necessità a ciò che l’ambiente offriva e in Italia vi era scarsità di selci di dimensioni adeguate alla realizzazione di utensili; ecco quindi nascere quella che si potrebbe definire una tecnologia dell’osso in cui gli antichi abitanti della regione italiana si specializzarono con centomila anni di anticipo rispetto al resto d’Europa, dove prevalevano gli strumenti in pietra.

Per ulteriori informazioni, lo studio Elephant bones for the Middle Pleistocene toolmaker di
Paola Villa, Giovanni Boschian, Luca Pollarolo, Daniela Saccà, Fabrizio Marra, Sebastien Nomade e Alison Pereira è stato pubblicato su PLOS ONE il 26 agosto 2021.

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