Negli ultimi tempi, nelle librerie abbondano i romanzi gialli, un genere di libri che piace molto al pubblico e che ha reso popolari tanti autori. Oggi, come ieri: pensiamo ai grandi scrittori che hanno fatto la storia dei gialli, da Agatha Christie ad Arthur Conan Doyle, passando per il “nostro” Giorgio Scerbanenco.
In Italia, il giallo sfondò a metà Ottocento e, in particolare, “Il cappello del prete” di Emilio De Marchi viene considerato da molti il primo del genere, per lo spessore culturale che aveva rispetto ad altri romanzi del tempo.
Un barone, un prete e un cappello
La storia è piuttosto semplice: Carlo Coriolano di Santafusca, un barone napoletano che vive al di sopra delle sue possibilità economiche, deve tempestivamente ripagare un debito, altrimenti verrà denunciato. Preso alle strette, il barone si rivolge al prete Cirillo, noto per prestare soldi.
Lo scambio avviene nella villa del barone e qui, purtroppo, si consuma il delitto: ingolosito dalle ricchezze del prete, il barone uccide e occulta il cadavere del prete. Nessun delitto però è perfetto: nel commettere il crimine, il barone non si accorge che il cappello del prete è volato via, fermandosi in un anfratto della villa.
Sarà proprio il cappello, fortunosamente finito nelle mani di alcuni popolani, a far sorgere i sospetti sulla improvvisa e ingiustificata sparizione del prete, mentre sarà la coscienza del barone a far emergere la verità.
Un romanzo pubblicato a puntate
Con uno stile narrativo accattivante e una trama semplice e lineare, De Marchi riuscì a conquistare il suo pubblico: il romanzo venne pubblicato a puntate su “L’Italia” (nel 1887) e sul “Corriere di Napoli” (1888). La prima edizione “completa” è del 1888 e l’editore era Treves.
La pubblicazione a puntate del 1887 fu preceduta da una buona campagna pubblicitaria e i risultati furono molto positivi: l’obiettivo era offrire anche al nuovo pubblico che si avvicinava alla letteratura tramite i romanzi d’appendice un prodotto di qualità.
In questo modo, De Marchi sfatò quel pregiudizio che aleggiava attorno ai romanzi di appendice: considerati prodotti letterari di serie B, gli scrittori non volevano impegnarsi per questo tipo di scrittura.
Eppure, ai lettori piacevano e, quindi, il compromesso era importarli dall’estero e tradurli. De Marchi, invece, con “Il cappello del prete” riuscì a dimostrare a tutti che il pubblico dei quotidiani era in grado di apprezzare la buona scrittura, anche se era meno acculturato.
Da qui, secondo la tradizione, nacque il genere giallo in Italia e, come ben sappiamo, la sua storia è ancora in corso, con nuovi autori e nuovi personaggi che appassionano il grande pubblico.
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