Un nuovo studio mette in discussione l’età del sito archeologico di Monte Verde in Cile, uno dei più importanti per ricostruire il popolamento delle Americhe, originariamente datato a circa 14.500 anni fa.
Se oggi, durante uno scavo in unostrato geologicosigillato da 10.000 anni, rinvenissimo unalattina di birra, nessuno scienziato sosterrebbe che questo contenitore in alluminio fosse già in uso nelMesolitico. Concluderemmo, con ovvio pragmatismo, che l’oggetto sia “scivolato” lì in un secondo momento, vittima di unrimescolamentodel terreno o di un capriccio geologico. Ma quando l’oggetto in questione è unmanufatto in pietra o un frammento di legno lavorato, allora la distinzione tra ciò che è antico e ciò che è semplicemente finito lì per caso in un secondo tempo diventa il terreno di una delle battaglie più aspre dell’archeologia moderna.
Ilsito di Monte Verde in Cileè da trent’anni considerato il pilastro inamovibile dell’ipotesi della necessità diretrodatare il popolamento delle Americhe a 14.500 anni fa. Ma nel marzo 2026 è finito sotto processo. Una nuova ricerca pubblicata su Science suggerisce che potremmo essere stati ingannati da un “trucco” della natura e che il sito sia, in realtà, molto più giovane di quanto creduto.
L’inganno del “legno antico” e il paradosso della rideposizione
In archeologia, datare un materiale non equivale automaticamente adatare l’azione umana. Determinare l’età della pietra di un’ascia non ci dice quando quella pietra sia stata scheggiata, così come datare un tronco d’albero non rivela quando un uomo lo abbia usato per costruire una capanna.
Lo studio guidato da Todd Surovell dell’Università del Wyoming introduce il concetto dirideposizioneper spiegare l’anomalia di Monte Verde. Circa 14.500 anni fa, l’area era dominata daforeste dell’era glaciale. Secondo i ricercatori, l’azione erosiva del torrente Chinchihuapi Creek avrebbe scavato strati geologici molto antichi, trasportando legname e materiali organici di 14.000 anni fa, mescolandoli a sedimenti che risalgono a un periodo compreso tra 4.200 e 8.200 anni fa. Gli archeologi nei decenni scorsi avrebbero quindi datato frammenti di legno che si trovavano lì percause naturalie non per intervento dell’uomo.
“Ora abbiamo corretto i dati e dimostrato che il sito è molto più giovane di quanto inizialmente creduto. Con la colonizzazione delle Americhe non più ancorata a Monte Verde, la nostra cronologia rivista supporta una data più recente per l’arrivo umano nel continente.”, commenta Todd Surovell
Il verdetto della stratigrafia: La “Pistola Fumante” è cenere vulcanica
Mentre ilradiocarboniosu materiali organici può essere tradito dalla mobilità dei sedimenti, lageologiaoffre una provaimmobile: latefra di Lepué. Prodotta dall’eruzione del vulcano Michinmahuida circa 11.000 anni fa, questa cenere funge damarcatore cronologicoindiscutibile.
Applicando il rigore dellalegge della sovrapposizione, emerge una precisa verità: lo strato di cenere di 11.000 anni fa si trovasottoi resti archeologici. Se l’uomo fosse stato presente 14.500 anni fa, la cenere dovrebbe trovarsi necessariamentesopra i resti della sua attività. Il fatto che si trovi al di sotto indica che gli esseri umani si sono stabiliti in quell’area solodopo l’eruzione. Lo studio di Surovell va oltre, sostenendo che la superficie stessa su cui poggiano i manufatti di Monte Verde non esistesse nemmeno 14.500 anni fa, essendosi formata solo 8.600 anni fa.
Una scienza “emotiva” e la guerra dei paradigmi
Dietro la fredda analisi stratigrafica si nasconde un conflitto umano e accademico brutale. La contrapposizione tra Tom Dillehay, lo scopritore originale del sito, e Todd Surovell non è solo un confronto tecnico, ma una vera e propria guerra di trincea.
Negli anni 90 Dillehay dovette subire attacchi feroci per aver osato sfidare il dogmaClovis-First, la teoria che voleva il Nord America comeunica porta d’ingresso circa 13.000 anni fa. Quando Monte Verde fu finalmente accettato come il sito che ruppe la barriera Clovis, divenne un simbolo di resistenza scientifica. Vederlo oggi declassato a sito del medio-Olocene è, per molti, un trauma intellettuale.
Dillehay ha reagito con asprezza, accusando il team di Surovell di aver trascorsosolo poche oresul sito, una critica volta a sottolineare la presunta superficialità di un’analisi che pretende di smantellare decenni di scavi.
“Lo studio contiene molti errori metodologici ed empirici (…) i dati presentati sono un groviglio di informazioni in gran parte non integrate e contraddittorie, un misto di invenzioni e malintesi.”, afferma Tom Dillehay, sottolineando inoltre che i nuovi campioni non provengono esattamente dai punti scavati negli anni 70 e 80.
Identità e orgoglio: il peso ancestrale delle date
L’archeologia non è fatta solo di pietre e fango, è la disciplina che modellale radici dell’identità. A Monte Verde le date al radiocarbonio si scontrano con la sensibilità delpopolo Mapuche. Per i residenti originari della zona la scoperta originale di Dillehay non fu una sorpresa, ma una validazione scientifica del loro sapere ancestrale.
“Siamo sempre stati qui“, fu la loro reazione. Per un popolo che ha difeso la propria terra contro i conquistadores, la datazione a 14.500 anni è diventata un vero e proprio “titolo di nobiltà ancestrale”. Esiste un paradosso profondo: sebbene non vi sia un legame genetico diretto provato (non sono stati rinvenuti resti umani), i Mapuche hanno adottato quel numero comeprova della loro appartenenza indissolubile al suolo cileno. Spostare la lancetta della storia in avanti di seimila anni viene percepito non come una correzione tecnica ma come un attacco all’integrità del proprio racconto delle origini.
Il ritorno verso il corridoio tra i ghiacci
Se Monte Verde cade, cade l’intero castello di carte delle migrazioni precoci. Per decenni, l’età di questo sito ha obbligato gli scienziati a ipotizzare unaRotta Costiera: se gli uomini erano in Cile 14.500 anni fa, non potevano essere passati dall’interno del Nord America, poiché il corridoio terrestre tra i ghiacci era ancora sigillato. Dovevano per forza averviaggiato lungo le coste del Pacifico.
Se invece Monte Verde risale a “soli” 8.000 anni fa, il Corridoio Libero dai Ghiacci torna a essere la via più logica e probabile per il popolamento del continente. Il pilastro cileno non costringe più a riscrivere le mappe migratorie globali. La scienza è un processo di continua auto-correzione, un viaggio che richiede il coraggio di abbandonare le certezze più care.
Il dibattito nel mondo dell’archeologia e il ruolo di altri siti come White Sands
Gli esperti indipendenti sono divisi. Alcuni ritengono che il lavoro di Surovell siageologicamente solidomentre altri, come Michael Waters, sostengono che lo studionon dimostri in modo convincenteche tutti i manufatti siano fuori posto, specialmente resti delicati come pelle di mastodonte e tessuti vegetali che difficilmente sopravviverebbero a un rimescolamento fluviale così drastico.
E nel discorso generale sulla datazione dell’arrivo degli esseri umani nelle Americhe pesano gli studi in corso in altri siti comePedra Furadain Brasile oChiquihuitein Messico. È soprattuttoWhite Sands, nel nuovo Messico, che ha retrodatato la presenza umana in Nordamerica addirittura a circa22.000 anni fa, superando gli iniziali scetticismi grazie a diversi metodi di datazione che hanno restituito risultati del tutto coerenti fra loro. Ne abbiamo parlato diffusamente in precedenza (vedi link in calce a questo articolo).
Fonte:A mid-Holocene age for Monte Verde challenges the timeline of human colonization of South America, Science (marzo 2026)
Guarda anche:
- Confermata la datazione a oltre 21.000 anni fa delle impronte umane in Nordamerica
- Impronte fossili in Nuovo Messico: la lunga strada di una mamma col bambino?
- Risalgono a 23.000 anni fa le più antiche impronte fossili umane scoperte in Nordamerica
- La calde acque del Mare di Bering e le migrazioni umane in America






