La storia di Sisifo e della sua condanna che lo ha reso un mito

Sisifo

Se si pronuncia la parola “fatica” in mitologia, la prima associazione è, spesso, legata a Ercole e alle sue dodici fatiche. Accanto al forzuto personaggio, ci furono altri protagonisti mitologici che hanno legato il loro nome allo sforzo fisico.

Fra questi, oggi vogliamo ricordare la storia di Sisifo e della sua fatica che è diventata talmente leggendaria da essere entrata nel linguaggio comune come emblema di uno sforzo tanto grande, quanto inutile.

Chi era Sisifo

Sui miti spesso circolano tantissime versioni differenti, che danno vita a varianti nelle quali cambiano aspetti secondari, mentre consolidano quelli principali. Nel caso di Sisifo, ad esempio, tutte le versioni concordano nel delinerarlo come un uomo estremamente furbo e scaltro.

Figlio di Eolo ed Enarete, Sisifo aveva fondato la città attualmente nota con il toponimo di Corinto della quale era, quindi, il re. Ci fu un periodo nel quale la città subì una forte ondata di siccità e mentre Sisifo si dava da fare per risolvere il problema scoprì una tresca che gli sarebbe tornata utile.

Sisifo, infatti, scoprì che Zeus aveva rapito e sedotto Egina, la figlia del dio fluviale Asopo; quando Asopo volle sapere da lui notizie della figlia, Sisifo sfruttò l’informazione che aveva per salvare la sua città: prima di rivelare la notizia, chiese a Asopo di fornire alla città una fonte di acqua.

L’accordo andò a buon fine: Corinto ebbe la sua fonte di acqua e Asopo seppe da Sisifo che Zeus aveva sedotto sua figlia. Potete facilmente immaginare che quando Zeus scoprì l’intrigo si arrabbiò moltissimo e mandò Thanatos, il dio dei morti, a prendere Sisifo.

Sisifo giocò d’astuzia: ubriacò Thanatos e lo legò, ma si inimicò Ares. Il dio della guerra, infatti, si adirò a sua volta quando si accorse che nessuno più moriva in battaglia perché Thanatos era stato sequestrato.

Ares catturò Sisifo, liberò Thanatos e portò Sisifo nel Tartaro; tuttavia, Sisifo, astuto come era, aveva già un piano B: impose alla moglie di non seppellire il suo corpo, così che egli potè chiedere (e ottenere) dagli dei degli inferi di ritornare sulla terra per farsi celebrare un funerale.

Sfuggì ancora una volta dagli inferi, ma quando morì per davvero Zeus e gli altri dei avevano ideato per lui la punizione che è passata alla storia come la fatica di Sisifo.

Cos’è la fatica di Sisifo

Quando Sisifo morì, gli dei lo condannarono a portare su un ripido declivio un masso pesantissimo e, una volta arrivato in cima, il masso cadeva e tornava al punto di partenza. Ogni volta, per l’eternità.

Insomma, una faticaccia inutile e perpetua: portare un masso su una collina, per l’eternità e senza mai avere la soddisfazione di avercela fatta. Ecco la terribile sanzione che Sisifo pagò per la sua scaltrezza e che, ancora oggi, viene richiamata quando vogliamo definire qualcosa come una punizione non solo immensa, ma anche fine a sé stessa.

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