Ha 2200 anni la più antica scrittura calendarica di Calakmul, antica città Maya

Murale a Calakmul

Recenti studi su unmurale a carboncinoscoperto nel sito archeologico diCalakmul, in Messico, hanno rivelato la più antica testimonianza discrittura calendaricadella città. L’opera, risalente a un periodo compreso tra il400 e il 200 a.C., raffigura l’eroe mitologicoJuun Ajawdurante una battuta di caccia acquatica accanto a un simbolo del calendario rituale di 260 giorni.

Lascrittura calendaricaè un sistema di segni o glifi impiegato nelle antiche civiltà, in particolare inMesoamerica, come presso iMaya, per registraredate,cicli temporali,eventi astronomiciericorrenze religiose.

Da generazioni guardiamo aCalakmul, nel cuore della giungla delCampeche, come a una metropoli delPeriodo Classico maya(250-900 d.C.) che dominava le rotte commerciali e i destini delle Terre Basse. Eppure, sotto questo gigante pietra millenario nelledimensioni di un lenzuologiaceva unsegretoche potrebbe la nostra conoscenza sui popoli precolombiani: undisegno a carboncino, quasi invisibile, che ci porta indietro nel tempo fino a un’epoca di sperimentazione, miti ancestrali e, soprattutto, alle origini della scrittura.

Una cronologia nascosta nello stile

La scoperta è avvenuta all’interno dellaSubstruttura II C, a sua volta celata nel ventre della monumentaleStruttura II. È qui che unmurale a carboncino di 1,90 metri di larghezza per 1,70 metri di altezzaapre una finestra inedita sulTardo Preclassico. Sebbene le strutture murarie siano state datate intorno al 400 a.C., l’analisi stilistica dell’opera ha suggerito una riflessione più profonda: il tratto del disegno e la raffigurazione dei personaggi indicano una maturazione artistica che sposta l’esecuzione del murale verso il200 a.C.

Non è il risultato di un colpo di fortuna isolato, ma di un rigoroso sforzo internazionale e interdisciplinare che ha visto collaborare l’Archaïos di Parigi, il Centro Francese di Studi Messicani e Centroamericani (CEMCA), la Fondazione Stresser-Péan e l’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH) del Messico. Insieme, hanno dimostrato che Calakmul non era una semplice spettatrice, ma unaprotagonistadell’esplosione culturale che ha dato vita a centri leggendari comeTikal,El MiradoreSan Bartolo.

“Fino alla ricostruzione di questo murale, non esistevano prove di una comunicazione scritta precoce a Calakmul,”spiega Daniel Salazar Lama, specialista in iconografia maya e coordinatore della ricerca.“Questo colloca il sito al centro del fiorire culturale delle Terre Basse maya durante il periodo Preclassico Tardo.”

Il primo glifo: l’alba del calendario rituale

L’identificazione più sorprendente riguarda unglifo calendariaco. Non una decorazione astratta, ma unmarcatore temporalelegato al calendario rituale maya di 260 giorni. È la prima parola scritta della città, un segno grafico che testimonia la capacità dei Maya diastrarre il flusso del tempogià due millenni fa.

Nella complessa visione cosmica maya, la scrittura non era uno strumentoburocraticoma unponte sacro. La capacità di fissare il tempo attraverso un glifo significavaordinare il caos, allineando i rituali umani ai cicli divini. Trovare questo marcatore a Calakmul significa comprendere che la città possedeva già unacasta intellettualecapace di dominare latecnologia del temposecoli prima dell’ascesa dei suoi grandi re guerrieri.

Juun Ajaw e il rituale del “Post-Scriptum”

Il murale cattura un momento di grande valore mitologico:l’eroe Juun Ajaw, figura centrale che ritroveremo secoli dopo sulle finissime ceramiche del Periodo Classico, è qui ritratto mentre caccia una creatura acquatica. Non si tratta però di una semplice scena venatoria. Daniel Salazar Lama suggerisce che il dipinto rappresentiun atto di sacrificio o rinnovamento legato al ciclo vitale del dio del mais.

Dall’analisi emerge un dettaglio affascinante riguardo la natura stessa dell’iscrizione: il glifo calendariaco sembra essere stato aggiunto come unpost-scriptumrituale. Una volta completata la scena, lo scriba sarebbe intervenuto per commemorare il momento esatto di quella caccia sacra, trasformando il mito incronaca rituale. Questo legame tra immagine e tempo è rafforzato dai fregi esterni della struttura, dove divinità celesti e maschere del dio del mais celebrano la rigenerazione cosmica.

L’architettura come portale per l’inframondo

L’ambiente che custodisce il murale è carico di unsimbolismo sacroe opprimente al tempo stesso. L’opera è stata infatti realizzata all’interno di una volta ad arcoprogettata per imitare le viscere di una grotta. Per i Maya la grotta non era solo un riparo ma ilportaleper eccellenza verso il sacro: la dimora degli antenati e l’accesso a quel regno di forze primordiali che gli studiosi identificano comel’origine del cosmo.

Entrare in questo spazio, originariamente angusto e avvolto nell’oscurità delle torce, significava per sacerdoti e governantiabbandonare il mondo di superficieper dialogare con le forze del mito. Il murale non era “arte” nel senso moderno; era la pelle stessa di un portale rituale, un’interfaccia tra l’uomo e l’abisso della creazione.

Il paradosso del carboncino: tecnologia per l’invisibile

La sfida per gli archeologi è stata titanica. Il disegno, tracciato consemplice carboncino vegetale, era pesantemente deteriorato e ridotto a una serie di ombre quasi impercettibili all’occhio umano. È qui che il XXI secolo ha teso la mano al II secolo a.C.

Attraverso l’uso difotogrammetria ad alta risoluzione, imaging digitale avanzato e sofisticate tecniche di ricostruzione grafica, i ricercatori hanno potuto “estrarre” le linee dal tempo. Il paradosso è affascinante: abbiamo avuto bisogno dei pixel e degli algoritmi piùmoderniper decifrare il piùanticomessaggio scritto di Calakmul. Per preservare questa fragile testimonianza, il murale è stato rimosso dal sito nel 2005 ed è oggi sotto la custodia della National Coordination for the Conservation of Cultural Heritage (INAH).

Calakmul non è più “solo” la rivale di Tikal nel Periodo Classico. Emerge come una delleculleda dove ilpensiero mayaha mosso i primi passi verso la complessità. Un semplice schizzo a carboncino ha ridefinito secoli di storia, dimostrando che le radici della scrittura e del calendario affondavano nella terra del Campeche già oltre 2200 anni fa.

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