Bugie e Cervello: le basi neurali della menzogna

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Innocenti o maliziose che siano, le menzogne sono sempre all’ordine del giorno. Anche se il nostro intuito è l’unico alleato che abbiamo per provare a comprendere quando una persona ci sta prendendo per i fondelli, negli anni la psicologia e le neuroscienze hanno provato a delineare le basi psicologiche e neurali della bugia.

Per menzogna si intende il tentativo deliberato di manipolare fatti o informazioni emozionali, al fine di creare e mantenere nell’altro una credenza che il comunicatore stesso considera falsa.

La possibilità di mentire è evidentemente legata alla capacità comunicative. Nonostante ciò è possibile considerare altre due funzioni tipicamente implicate:

• Il possesso della Teoria della Mente, ovvero l’abilità di attribuire stati mentali, credenze, intenzioni e desideri a sé stessi e agli altri, oltre a comprendere che gli stati mentali altrui possono essere diversi dai propri.

• L’utilizzo delle Funzioni Esecutive, come la  capacità di problem solving, l’inibizione della risposta corretta, la memoria di lavoro e la pianificazione, evidentemente coinvolte nell’atto di mentire.

La combinazione di questi due fattori permette di comprendere ed esercitare azioni in base alle credenze di primo grado, cioè l’abilità di attribuire un’opinione a un’altra persona e capire se questa differisce dalla propria (“penso che A pensa”) e le credenze di secondo grado, cioè l’abilità di comprendere le credenze che una persona attribuisce a un’altra (“penso che A pensa che B pensa”).

Dal punto di vista teorico, per comprendere gli elementi che portano gli esseri umani a mentire è importante sottolineare il superamento di quelle correnti che consideravano l’uomo come un essere razionale. Secondo tale filone l’individuo perseguirebbe come obiettivo la massimizzazione del proprio interesse a scapito del benessere altrui. L’inganno sarebbe quindi il risultato dell’analisi dei costi-benefici e delle gratificazioni-punizioni da esso prodotti.

Oggi, nelle neuroscienze sociali così come nello studio dei comportamenti dal punto di vista economico, il modello dell’uomo razionale è stato superato, e un maggiore peso è stato riservato ad altri fattori come le emozioni. Keise Izuma, in particolare, ha sottolineato come l’uomo non possa essere solamente guidato da interessi economici personali, poiché nel processo decisionale assume importanza anche la previsione di un “risultato sociale” come l’approvazione, la stima o la reputazione.

Secondo la teoria del mantenimento del sé di Mazar, Amir e Ariely, invece, le persone tenderebbero a soppesare i benefici personali derivanti dalle ricompense esterne, in caso di comportamenti disonesti, con la gratificazione interna derivante dall’essersi comportate in maniera onesta con qualcun altro.

Dal punto di vista neurobiologico, diversi sono gli studi che hanno evidenziato come siano coinvolti i circuiti neurali deputati alle funzioni esecutive e quelli implicati nel processamento della ricompensa.

L’aumento di attività nella Corteccia Prefrontale Dorso-Laterale sembra essere correlato alla decisione di mentire, mentre l’aumento di attività nella regione sottocorticale del Nucleo Accumbens durante l’anticipazione di una ricompensa è correlato ad una maggiore tendenza a mentire. Infine, un’altra area implicata è l’Insula Anteriore, la quale però si associa a una bassa tendenza individuale a dire bugie.

di Daniele Sasso

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