Ricominciare a settembre: perché il vero inizio dell’anno arriva dopo l’estate

Scuola, rientri e abitudini hanno trasformato settembre in una soglia collettiva, mentre la psicologia aiuta a capire perché alcuni momenti del calendario ci fanno sentire davvero pronti a ripartire.

Gennaio ha il calendario dalla sua, ma settembre si riconosce nelle giornate.

Tornano orari che durante l’estate si erano allentati, riaprono attività rimaste ferme in agosto, bambini e ragazzi preparano il rientro a scuola e molte famiglie devono riorganizzare settimane che per qualche tempo avevano seguito un ritmo diverso.

Anche chi i banchi li ha lasciati da decenni può avvertire la stessa sensazione:ricominciare a settembresembra più concreto che farlo il primo gennaio, perché questa volta il cambiamento non riguarda soltanto una data.

Settembre è un inizio che impariamo da piccoli

Una parte della spiegazione si trova nella scuola.

In Italia l’anno scolastico comincia formalmente il 1° settembre e termina il 31 agosto, come stabilisce l’articolo 74 del decreto legislativo 297 del 1994. L’inizio effettivo delle lezioni viene invece fissato secondo i diversi calendari territoriali.

Per molti anni della nostra vita, quindi, settembre separa realmente una fase da quella successiva.

Da bambini quel passaggio ha elementi molto riconoscibili: cambia la classe, si preparano libri e quaderni, ricominciano gli impegni pomeridiani, tornano la sveglia e gli orari da rispettare.

Crescendo cambiano gli appuntamenti, ma il mese continua spesso a coincidere con una riorganizzazione generale. Riprendono corsi, attività sportive, programmazioni culturali e molti lavori rallentati durante agosto, mentre le città recuperano gradualmente il loro movimento abituale.

L’associazione fra settembre e un nuovo ciclo, perciò, non appartiene soltanto ai ricordi scolastici. È continuamente rinforzata da ciò che accade intorno a noi, anche quando nessuno pronuncia la frase “anno nuovo”.

Ricominciare a settembre: cosa dice la psicologia

Nel 2014 tre ricercatori, Hengchen Dai, Katherine Milkman e Jason Riis, hanno studiato un fenomeno chiamatofresh start effect, letteralmente “effetto del nuovo inizio”.

La ricerca, pubblicata sulla rivista scientificaManagement Science, ha osservato che alcuni comportamenti legati al raggiungimento di un obiettivo aumentavano dopo particolari punti di passaggio del calendario. Per esempio, l’inizio di una settimana, di un mese, di un anno o di un semestre, ma anche un compleanno o una festività.

Gli studiosi li definisconotemporal landmarks, punti temporali che aiutano a dividere mentalmente il tempo in periodi differenti.

In pratica, una persona può percepire ciò che è successo prima come appartenente a un capitolo ormai concluso e guardare alla fase successiva con una disponibilità maggiore a cambiare qualcosa.

Settembre non era l’oggetto specifico di quella ricerca e sarebbe scorretto sostenere che la scienza abbia dimostrato l’esistenza di un particolare “effetto settembre”.

Il mese, però, riunisce diversi elementi simili a quelli analizzati nello studio: apre un nuovo mese, coincide con l’inizio dell’anno scolastico e, per molte persone, arriva subito dopo la pausa delle ferie.

È una concentrazione di confini temporali che rende comprensibile la sensazione di trovarsi davanti a una pagina nuova.

Il rientro modifica davvero la vita quotidiana

La differenza rispetto a gennaio diventa più evidente se si guarda alla quotidianità.

Il Capodanno possiede una forza simbolica enorme, accompagnata da bilanci, propositi e rituali collettivi, ma arriva nel mezzo di attività già iniziate mesi prima. Passate le festività, buona parte delle persone torna semplicemente all’organizzazione che aveva lasciato a dicembre.

Settembre segue invece una pausa che ha modificato, in misura diversa per ciascuno, il funzionamento delle settimane.

Chi è andato in ferie ha interrotto il lavoro; chi è rimasto a casa ha comunque vissuto in un periodo nel quale uffici, negozi, attività culturali e servizi possono avere orari differenti.

Le giornate estive sono inoltre accompagnate da più ore di luce e da abitudini sociali che non coincidono con quelle dei mesi successivi.

Quando tutto riprende, il cambiamento si vede nell’agenda prima ancora che nei buoni propositi.

È questa concretezza a rendere settembre così efficace come punto di separazione: non dobbiamo convincerci che sia cominciata una fase diversa, perché molti aspetti dell’ambiente che ci circonda ce lo stanno già mostrando.

Anche il mercato ha imparato a riconoscere settembre

L’idea della ripartenza è entrata da tempo anche nella comunicazione commerciale.

Il linguaggio delback to schoolnon riguarda più soltanto zaini e cancelleria, perché settembre viene utilizzato per presentare corsi, attività sportive, strumenti per l’organizzazione personale e molte altre proposte legate al rientro.

La pubblicità non ha inventato questa percezione, ma ha imparato a sfruttarla.

Se un periodo viene vissuto collettivamente come una soglia, è naturale che diventi anche il momento nel quale proporre qualcosa da iniziare, acquistare o cambiare.

Il rischio nasce quando una sensazione reale di rinnovamento viene trasformata nell’idea che a settembre si debba necessariamente diventare una versione migliore di sé.

Quando il nuovo inizio diventa un elenco impossibile

Il ritorno può infatti riempirsi rapidamente di promesse: lavorare meglio, leggere di più, fare attività fisica, seguire un corso, sistemare casa, recuperare ciò che è rimasto indietro e magari trovare anche più tempo libero.

In pochi giorni settembre rischia così di assumere lo stesso difetto dei propositi di Capodanno, con una quantità di aspettative difficile da sostenere nella vita reale.

La ricerca sulfresh start effectparla di una maggiore spinta verso alcuni comportamenti orientati agli obiettivi, non della certezza di mantenerli nel tempo.

Un confine temporale può aiutare a prendere una decisione, mentre ciò che succede dopo dipende da fattori molto più ordinari: tempo, energie, organizzazione e possibilità concrete.

Forse è proprio questa distinzione a restituire a settembre il suo significato più interessante.

Non occorre trasformarlo nel mese in cui cambiare tutto; basta riconoscere che la ripresa di una routine può offrire un momento naturale per scegliere che cosa merita davvero di rientrare nelle nostre giornate.

Un secondo Capodanno senza mezzanotte

Settembre non sostituirà gennaio e, naturalmente, il vero inizio dell’anno resta quello stabilito dal calendario.

La nostra percezione del tempo, però, segue anche altri confini, costruiti dall’esperienza personale e dalle abitudini collettive.

Per questoricominciare a settembrecontinua ad avere un significato così forte.

Non servono fuochi d’artificio o conti alla rovescia: bastano una scuola che riapre, un’agenda che torna a riempirsi, un’attività che riprende dopo la pausa e quella sensazione familiare che l’estate abbia chiuso qualcosa.

Gennaio cambia l’anno scritto sulla data; settembre, molto più silenziosamente, cambia il modo in cui torniamo a organizzare il nostro tempo.

Fonti e riferimenti

• Decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, art. 74.

• Dai, H., Milkman, K. L., Riis, J. (2014).The Fresh Start Effect: Temporal Landmarks Motivate Aspirational Behavior. Management Science, 60(10), 2563-2582.

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Le dediche nei libri usati: le storie sconosciute che restano tra le pagine

Una frase scritta a penna può trasformare una copia qualunque in un piccolo documento di vita privata.

Tra provenienza, memoria e ricerca bibliografica, le tracce lasciate dai lettori raccontano ciò che il testo stampato non può conservare.

Un libro usato può essere acquistato per pochi euro, trovato su una bancarella o recuperato da uno scatolone rimasto chiuso per anni.

Si apre la copertina e, prima ancora del titolo, compare una frase scritta a mano: un nome, una data, forse un augurio.

Ledediche nei libri usatihanno qualcosa di particolare proprio perché non erano destinate a noi. Appartenevano a una relazione precisa, a un compleanno, a una ricorrenza o semplicemente al desiderio di accompagnare un regalo con poche parole.

Quando il libro cambia proprietario, quelle righe rimangono e finiscono per raccontare una storia parallela, quasi sempre incompleta ma non per questo insignificante.

Quando una copia smette di essere uguale alle altre

Per biblioteche e studiosi, i segni lasciati sui libri non sono soltanto curiosità.

La Cambridge University Library spiega che la provenienza, cioè la storia della proprietà di un volume, può essere ricostruita attraverso ex libris, iscrizioni di possesso, annotazioni, legature e altri segni materiali.

Una dedica manoscritta può quindi distinguere una copia dalle altre della stessa edizione e offrire un indizio su chi l’ha posseduta o ricevuta.

Un nome scritto sulla pagina, però, non basta sempre a identificare una persona con certezza.

Alcuni dati di provenienza devono essere verificati attraverso altre informazioni, perché attribuzioni e identificazioni possono essere incomplete.

È una cautela utile anche fuori dalle biblioteche: davanti a una frase trovata in un volume usato viene spontaneo chiedersi chi fossero quelle persone e che cosa sia accaduto dopo, ma la curiosità non dovrebbe trasformarsi in invenzione.

Le dediche nei libri usati: quando poche parole conservano un momento

Un esempio particolarmente semplice arriva dalle Special Collections della Newcastle University.

In una copia diA Modern Tannhäuser; The Bridge, opera per ragazzi di M. K. Lyttelton, un’iscrizione indica che il libro fu assegnato a May Everard nel settembre del 1905 come premio della Horton Kirby Sunday School, nel Kent.

La biblioteca precisa di non conoscere altro sulla prima proprietaria.

Sappiamo quindi quando e perché quella copia entrò nella sua vita, ma non quanto la lesse, quanto tempo la conservò o in quali circostanze se ne separò.

È proprio il confine tra ciò che possiamo conoscere e ciò che rimane nascosto a rendere queste testimonianze così interessanti.

Il nome, la data e l’occasione possono essere documentati, mentre tutto quello che riguarda sentimenti, rapporti personali e avvenimenti successivi resta fuori dalla pagina e non dovrebbe essere ricostruito senza prove.

La dedica non restituisce una biografia completa, ma conserva un istante che altrimenti sarebbe probabilmente scomparso.

In alcuni casi le tracce diventano abbastanza numerose da permettere una ricerca più ampia.

Nel 2024 Anita Marin, della Biblioteca nazionale e universitaria di Zagabria, ha pubblicato sulla rivista scientificaLibellariumuno studio sulla biblioteca della famiglia De Franceschi.

L’analisi ha individuato 29 pubblicazioni con ex libris, 190 con autografi e 72 dediche, spesso lasciate dagli autori o dai curatori delle opere donate.

La ricerca mostra perché registrare dediche e segni di provenienza sia utile anche quando non si tratta di rarità eccezionali: quelle informazioni possono contribuire a ricostruire la storia di una raccolta e delle persone che l’hanno formata.

I lettori lasciano molto più di una firma

Le dediche sono soltanto una delle forme attraverso le quali un lettore può restare dentro un libro.

Il progetto Book Traces @ UVA, sviluppato dalla University of Virginia Library, ha cercato e catalogato gli interventi lasciati dai lettori in volumi pubblicati prima del 1923 appartenenti alle collezioni circolanti dell’ateneo.

Sono emerse annotazioni, iscrizioni, disegni e oggetti inseriti tra le pagine, comprese fotografie e corrispondenza.

In una mostra collegata al progetto, la biblioteca ha riferito di avere esaminato oltre centomila libri alla ricerca di queste tracce.

Tra le pagine sono comparsi appunti, poesie, lettere, fiori, ciocche di capelli, fotografie e altri materiali che mostrano quanto un volume possa diventare, nel corso del tempo, qualcosa di diverso da un semplice contenitore di testo.

Questo non significa che ogni annotazione abbia automaticamente un valore storico o economico, ma che il singolo esemplare possa conservare informazioni sul modo in cui i libri sono stati usati, scambiati e vissuti.

È una differenza importante, perché permette di osservare il libro non soltanto come opera pubblicata, identica nelle sue numerose copie, ma anche come oggetto che attraversa vite differenti e ne trattiene qualche segno.

Dal regalo alla bancarella, senza conoscere il viaggio

La parte più affascinante rimane spesso quella che non possiamo ricostruire.

Come arriva un libro dedicato a una persona precisa su uno scaffale dell’usato?

Può essere stato venduto durante un trasloco, donato insieme ad altri volumi, ereditato da qualcuno che non aveva spazio per conservarlo oppure disperso dopo la fine di una biblioteca familiare.

Senza documenti, scegliere una di queste spiegazioni e presentarla come vera significherebbe soltanto riempire con l’immaginazione ciò che le fonti non raccontano.

È facile attribuire una sfumatura malinconica a una dedica finita nelle mani di uno sconosciuto, ma neppure questo è un fatto.

Separarsi da un libro non dimostra che quel regalo sia stato dimenticato o che il rapporto ricordato dalla dedica abbia perso importanza.

Il volume può dirci soltanto che, in un determinato momento, qualcuno lo ha scelto per un’altra persona e ha deciso di affidare alla carta qualche parola destinata a lei.

Le storie che restano sulla prima pagina

Progetti come Book Traces e le ricerche sulla provenienza mostrano che le tracce dei lettori possono aiutare a comprendere la circolazione dei libri, la formazione delle raccolte e il rapporto quotidiano delle persone con la lettura.

Per chi incontra una dedica in un mercatino non serve trasformarsi in ricercatore: è sufficiente riconoscere la differenza tra ciò che la pagina racconta davvero e ciò che siamo tentati di aggiungere noi.

Una data può essere verificata, una firma talvolta identificata e un’occasione ricostruita, mentre i sentimenti e le vite che stanno dietro quelle parole restano spesso fuori campo.

Il libro, intanto, continua a passare di mano.

Il testo stampato rimane quello scelto dall’autore, mentre sulla prima pagina sopravvive la traccia di qualcuno che non immaginava affatto di scrivere per lettori futuri.

È in quella convivenza tra una storia pubblica e una privata che ledediche nei libri usatiacquistano il loro fascino: ricordano che la vita di un libro non finisce con l’ultima pagina e che, qualche volta, comincia proprio da una frase lasciata prima della prima.

Fonti e riferimenti

• Cambridge University Library,Rare Books Provenance.

• Newcastle University Special Collections,Provenance.

• Marin, A. (2024).Provenance Marks and Inscriptions on the Books of the De Franceschi Family Library. Libellarium, 15(2), 25-46.

• University of Virginia Library,Book Traces @ UVA.

Fonte immagine:Pexels

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