Anatocismo: facciamo chiarezza

Il termine anatocismo deriva dal greco anà (di nuovo) e tokòs (interesse) e sta a definire l’operazione mediante la quale gli interessi calcolati su un capitale producono altri interessi (capitalizzazione degli interessi).

Storia dell’anatocismo

Per lungo tempo e nonostante l’art 1283 del c.c lo vietasse, le banche hanno capitalizzato gli interessi debitori dei clienti in modo asincrono rispetto a quelli creditori (trimestralmente quelli a debito del cliente ed annualmente quelli a loro favore).

Il presupposto di questa evidente disparità era l’asserzione che esistesse un “uso in materia bancaria” con valore “normativo” e quindi in deroga all’art. 1283. Tutto ciò fino a che la Cassazione nel 1999 (sentenza n. 2374 del 16/03/99, confermata dalla n. 3096 del 30/03/99 e dal decisum n. 12507 dell’11/11/99) lo ha degradato a mero “uso negoziale” rendendo l’anatocismo illegale in quanto non previsto dall’art. 1283.

Ovviamente una lobby così potente come quella bancaria ha trovato immediatamente soccorso dal legislatore che con il D.L n. 432 del 4/8/99 ha stabilito che per il futuro le modalità di capitalizzazione degli interessi venissero stabile dal CICR (Comitato Interministeriale per il Credito ed il Risparmio) con la tutela che, nelle operazioni di conto corrente, la periodicità del conteggio fosse uguale sia per quelli debitori che per quelli creditori.

Ad ulteriore favore delle banche veniva altresì ratificata la validità delle pregresse clausole anatocistiche, mantenendone gli effetti sino all’adeguamento dei contratti in corso alla nuova regolamentazione.

Per fortuna è intervenuta la Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale quest’ultimo assunto, consentendo alla clientela di richiedere la restituzione del maltolto anatocistico sino all’allineamento dei vecchi contratti alle nuove disposizioni.

La questione, ancora irrisolta, è comunque andata avanti fra sentenze dei tribunali e delibere varie, fino alla riforma dell’art. 120 del TUB (Testo Unico Bancario) del dicembre 2013 che avrebbe dovuto sancire finalmente la fine dell’anatocismo. Pia illusione, con la modifica del comma 2 lettera b dell’art. 20 del TUB ad opera dell’art.17 bis del D.L. 18 del 14/2/16 l’anatocismo, se pure in relazione alla scelta del cliente, è riemerso.

I contratti stipulati dopo la delibera del CICR e prima della riforma del 2013

I negozi di conto corrente perfezionati dopo l’entrata in vigore della delibera contemplano sempre la pari periodicità (trimestrale) della capitalizzazione degli interessi ma non impone, ovviamente, che gli interessi siano pattuiti nella stessa misura dal lato attivo e da quello passivo.

Infatti, il Testo Unico prescrive solo pari periodicità nel conteggio degli interessi, demandando poi al Cicr di stabilire le modalità ed i criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria.

Riepilogando, la capitalizzazione è lecita se ha pari periodicità e se la produzione di interessi sugli interessi segue eguali modalità. Ma non basta. Se gli interessi sono (come avviene sempre) capitalizzati con cadenza infrannuale il testo negoziale deve precisare quale incremento produce l’effetto anatocistico.

E qui risiede il punto dolente. Un minimo di esperienza nel settore evidenzia un fenomeno perennemente ricorrente: mentre dal lato debitore è visibile una progressione del saggio per via dell’anatocismo (il TAE è superiore al TAN), la percentuale degli interessi creditori rimane immutata nonostante la capitalizzazione: TAN E TAE hanno lo stesso valore.

Così è frequentissimo leggere, ad esempio: Interessi debitori TAN 4,66% / TAE 4,74%, interessi creditori TAN 0,010% / TAE 0,010%.

Il primo impatto, per così dire “visivo”, ritrae una situazione nella quale dell’anatocismo si giova solo la banca. Il maggior costo cui si espone il cliente in virtù dell’anatocismo dal lato passivo non vede alcuna “controprestazione” o utilità o scambio.

Quale finalità negoziale o funzione economico sociale può avere un meccanismo che impoverisca scientificamente un contraente a vantaggio dell’altro? Sotto diversa angolazione il patto è passibile di censura per violazione dell’art. 1344 c.c. Perché nello scenario dipinto la clausola, pur osservando formalmente la norma, persegue una meta che il Legislatore ha considerato illegittima: l’aumento degli interessi in forza dell’anatocismo a solo arricchimento della banca (di qui l’aggiramento della legge).

La nuova formulazione normativa rende inutile un ragionamento di prospettiva futura per la legittimazione della pari capitalizzazione, visto che ormai non è più contemplata. Per il passato si deve concludere che il disposto legislativo sia stato rispettato solo quando gli interessi creditori avessero una consistenza tale da non rendere praticamente nullo per il correntista il profitto scaturente dall’anatocismo.

Conclusioni

Dato per scontato che in un contratto deve essere salvaguardata la libertà di entrambe le parti di tutelare i propri interessi economici, è lecito chiedersi se esiste la facoltà da parte del cliente di contestare le clausole anatocistiche laddove l’esiguità dell’interesse creditore rende inutile la reciprocità della capitalizzazione.

Tutta la contrattualistica bancaria è contraddistinta da un rilevante squilibrio, ovviamente non a favore del cliente, fra i benefici dei contraenti. Negli ultimi tempi sono stati fatti importanti passi verso una maggior tutela dei diritti della clientela, ma la strada è ancora lunga.  

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