La legge da sovraindebitamento, meglio conosciuta come legge salva-suicidi

La profonda crisi economica esplosa nel 2008 comportò un inquietante aumento dei cosiddetti “suicidi economici”, morti legate al sovra-indebitamento di soggetti che non erano più in grado far fronte ai debiti. Parliamo di chi non riusciva più a pagare il mutuo, le tasse o di chi semplicemente aveva perso il lavoro e si ritrovava con rate da versare senza poter più contare sullo stipendio.

Il governo Monti nel 2012 emanò una normativa per gestire in qualche modo questa inquietante situazione e la legge 3/2012 assunse il nome, per la verità estremamente macabro, di legge Salva-Suicidi.

L’assunto della normativa prevede la possibilità, anche per un semplice privato, di “fallire” come una società, consentendogli di ripianare i propri debiti con quanto riesce a mettere a disposizione dei propri creditori.

Si è cercato, in sostanza, di evitare che questi cosiddetti “cattivi pagatori”, oramai impossibilitati a ricevere credito dal sistema bancario e finanziario, finissero per rivolgersi agli usurai e successivamente vedessero come unica soluzione quella di togliersi la vita.

Cosa dice la legge

La legge 3/2012 (Disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovra-indebitamento) dispone che vengono ritenuti estinti i debiti allorquando il debitore in difficoltà, riesce a restituire ciò che il giudice e un apposito organismo (detto organismo di composizione della crisi da sovra-indebitamento) ritengono congruo rispetto ai creditori e rispetto soprattutto al reddito della persona coinvolta.

Viene nella sostanza consentito anche alle persone fisiche o alle ditte individuali e ai liberi professionisti, di gestire il proprio fallimento (fino al 2012 infatti in Italia potevano fallire solo le società) riconoscendo ai creditori quanto possibile, senza pregiudicare le risorse per la propria sopravvivenza.

Chi sono i soggetti interessati e come viene applicata

La pletora di soggetti che possono usufruire di questa legge è numerosa:

  • Il singolo consumatore che ha debiti non riguardanti la sua attività professionale e/o imprenditoriale
  • l’imprenditore commerciale
  • le imprese che abbiano ricavi inferiori ai 200mila euro, un attivo patrimoniale inferiore ai 300 mila euro e debiti entro i 500 mila euro
  • le start-up
  • gli imprenditori cessati e gli eredi
  • il socio illimitatamente responsabile e i suoi eredi
  • i liberi professionisti
  • gli artisti e in generale di tutti i lavoratori autonomi comprese le società e le associazioni tra professionisti
  • gli studi professionali associati
  • gli agricoltori.
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La prima possibilità di attuazione della legge è l’accordo di composizione della crisi che riguarda esclusivamente chi ha contratto debiti per svolgere la propria attività professionale o imprenditoriale (hanno un’attività e debiti).

La seconda è il “Piano del Consumatore” che al contrario riguarda esclusivamente coloro che hanno assunto debiti per scopi estranei alla propria attività imprenditoriale o professionale (non ha un’attività ma ha debiti).

La terza, la liquidazione, entra in gioco quando le prime due attività si dimostrano insufficienti a raggiungere il risultato sperato.

Quali sono i risultati

Nonostante la struttura della legge consenta di tirare una riga e ripartire da zero, il ricorso ad essa è profondamente deludente. Fra i motivi principali c’è la disinformazione. Altro motivo, non certamente secondario, è che la complessità dell’attivazione delle procedure obbliga il debitore ad avvalersi della consulenza professionale di un avvocato e di un commercialista, i quali hanno costi spesso insostenibili per chi già versa in condizioni economiche precarie.

Le varie associazioni di categoria possono fornire solo assistenza per una eventuale procedura stragiudiziale, ma non consulenza legale. E poiché il procedimento per ripulirsi dai debiti prevede l’attivazione in Tribunale, il massimo della consulenza gratuita che un soggetto indebitato può ottenere è appunto quello che precede la più complessa richiesta in giudizio.

Per esempio, Adiconsum non si è attivata sulle procedure della legge 2/2012 in quanto preferisce utilizzare il “Fondo di prevenzione dell’usura e del sovra-indebitamento” che gestisce su mandato governativo dal 1998. La procedura in questo caso è diversa in quanto il fondo interviene a far da garante a tutti coloro che non hanno i requisiti per accedere al credito.

Ma, nonostante la garanzia, non sempre le banche erogano quanto richiesto, in quanto subordinano la concessione, comunque, alla capacità del richiedente di rimborso e verificano che il debito originario non sia stato contratto per futili motivi. Resta la soluzione di pagare a rate anche il proprio legale e cosi attivare una legge che garantisce delle indubbie tutele che derivano, e dalla pronuncia di un giudice che da tempistiche che impongono ai creditori di non sollecitare pagamenti se non a partire da una data certa.

In conclusione, si può affermare che questa normativa è sicuramente rivoluzionaria per l’Italia (in Francia esiste dal 1989 ed è largamente utilizzata), grazie ad essa un privato, un professionista o un piccolo imprenditore, può tirare una riga e ripartire senza che i creditori ti corrano dietro per tutta la vita.

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