La crisi del sistema bancario italiano: cause e rimedi

Nell’immaginario collettivo fino a qualche decennio fa le banche erano considerate le aziende più solide e redditive dell’intero sistema economico.

Questa posizione di solidità finanziaria e patrimoniale ha iniziato a ad incrinarsi con la crisi finanziaria del 2008. Tutto ha avuto inizio con l’uso spregiudicato e speculativo (tassi molto alti) di crediti concessi dalle banche a chi non aveva redditi adeguati per poterli rimborsare (mutui subprime o mutui ninja).

All’inizio questo fenomeno ha riguardato per lo più le banche americane, lasciando abbastanza indenni quelle italiane, che storicamente si connotano fra le meno speculative e spregiudicate. Poi purtroppo dal 2010 al 2012 la crisi ha iniziato ad interessare il debito pubblico, ritenuto a rischio di rimborso da parte dello Stato, travolgendo così anche le banche che del debito pubblico sono le principali acquirenti.

Le difficoltà degli Istituti di Credito hanno comportato una stretta creditizia (credit crunch) nel meccanismo dei finanziamenti alle aziende ed alle famiglie. In una economia come quella italiana che è fondata sul credito bancario, si è così materializzata la peggiore recessione post bellica. Crollo del Pil, produzione industriale in netto calo,  aziende in default e difficoltà a far fronte ai debiti.

Si è avuta così una impennata dei crediti deteriorati (NPL – Non Performing Loans) esplosa fra il 2013 e il 2015 fino ad arrivare ad una percentuale del 22% (un prestito deteriorato ogni 5).

A questo punto gli Istituti di credito sono stati costretti, da un lato a accantonare maggiori riserve (distogliendo liquidità dall’erogazione di credito) e dall’altro a svalutare i crediti in portafoglio al reale importo di realizzo (contabilizzando così delle minusvalenze). Ci sono state delle banche in cui le suddette rettifiche hanno portato, addirittura, a perdite in bilancio.

Conseguenza delle perdite sulla solidità delle banche

Le continue perdite ovviamente vanno ad incrinare la solidità della banca, che viene misurata con dei parametri imprescindibili stabiliti dalle autorità.

Quando detti parametri vengono a mancare, bisogna ripristinarli con l’immissione di nuovo capitale richiedendo soldi al mercato con l’emissione di nuove azioni. Circostanza questa che non sempre si realizza.

È stata pertanto emanata una direttiva comunitaria, la BRRD (Bank Recovery and Resution Directive) con la quale si è introdotto il principio che lo Stato non deve intervenire nel salvataggio di banche in difficoltà, in quanto non sarebbe stato etico utilizzare i soldi dei contribuenti per sanare gli errori dei banchieri.

Si utilizza il tanto discusso bail-in (salvataggio interno) in sostituzione del bail-out (salvataggio esterno). In sostanza, in caso di fallimento vengono penalizzati in primis gli azionisti, poi i possessori di titoli subordinati, i possessori di bond e infine i correntisti con depositi superiori ai 100mila euro.

La ricapitalizzazione precauzionale

Esiste comunque anche una terza possibilità: la ricapitalizzazione precauzionale ad opera dello Stato.

La ricapitalizzazione precauzionale è la sottoscrizione di fondi propri da parte di uno Stato in una banca, praticamente una nazionalizzazione.

Questo provvedimento ha comunque carattere straordinario ed è percorribile solo se indispensabile alla stabilità finanziaria del paese, se la banca interessata è solvibile (cioè in grado di affrontare situazioni di stress), se necessaria per rimediare a una grave perturbazione dell’economia del paese ed è comunque subordinata ad approvazione finale nell’ambito della disciplina degli aiuti di Stato dell’Unione europea.

Il requisito di solvibilità dell’istituto di credito interessato alla ricapitalizzazione precauzionale è stabilito dalla BCE (Banca Centrale Europea) in quanto autorità competente per le banche significative e quindi sottoposte alla sua vigilanza diretta.

Uno degli esempi più recenti sono i 20 miliardi di euro che lo Stato Italiano ha stanziato a fine 2016 per decreto, entrando nel capitale del Monte dei Paschi di Siena. Operazione che ha comunque previsto una condivisione del rischio da parte dei possessori del debito subordinato che hanno dovuto convertire i loro titoli in azioni.

È possibile valutare la rischiosità della propria banca?

Fra i tanti aspetti che debbono essere considerati, quello fondamentale è sicuramente il rapporto fra i crediti deteriorati ed il capitale. Quest’ultimo, infatti, non deve mai avere un valore inferiore.

Più le sofferenze sono maggiori del capitale, più la situazione è rischiosa. Al contrario più il rapporto si riduce sotto il 100% più la banca dimostra si essere sana, affidabile e con un’ottima politica del credito. Anche in prospettiva le sofferenze sono un indicatore di situazione critica, in quanto andranno man mano svalutate con impatti negativi sulla redditività della banca e di conseguenza sul depauperamento del capitale.

Un istituto di credito con in bilancio crediti deteriorati di importo rilevante, dovrà pertanto chiedere ai soci nuovo capitale. Ma, se come è accaduto negli ultimi anni, le sofferenze continuano a crescere, si corre il rischio di instaurare un vortice perverso che inghiotte la liquidità immessa senza produrre alcun beneficio.

Altro rapporto da valutare è la percentuale del contenzioso sul totale dei crediti concessi. Una incidenza degli NPL troppo alta rispetto al valore medio del sistema creditizio, sta a rappresentare una inadeguatezza nella valutazione del rischio. La capacità di prestare i soldi  a chi li merita è forse la garanzia più importante per i clienti.

Condividi

Rispondi