Tra le donne che hanno contribuito all’avanzare del sapere scientifico nell’ultimo secolo,Jane Goodalloccupa sicuramente un posto di rilievo. La primatologa salì alla ribalta negli anni ‘60 per la suaricerca sugli scimpanzé nel Parco Gombe, in Tanzania, durata circa 40 anni.
In questo lungo lasso di tempo laGoodall, vivendo a stretto contatto con questi animali, riuscì a comprenderne a fondo non soloil comportamento sociale, ma anchelo stile di pensiero.
Numerosi passi avanti nello studio dei primati, come il loroutilizzo di strumentiper scovare le termiti e le larve, oppure lebattute di cacciadegli stessi per nutrirsi, furono ottenutigrazie al lavoro di una scienziata certamente non convenzionale.
La chiamata di Louis Leakey e il rapporto unico con gli scimpanzè
Con la convinzione del legame stretto che ci accomuna con grandi scimmie antropomorfe (con le quali oggi sappiamo di condividere circa il98% del codice genetico), nel 1960 la studiosa rispose prontamente alla proposta del paleoantropologoLouis Leakey: osservare da vicino gli scimpanzè per chiarirnela storia evolutiva e le similitudini con l’uomo.

Totalmente coinvolta nel suo ambiente di studio, la professoressaGoodallosservò le scimmie attraverso uno stile di osservazione totalmentepartecipativo, arrivando a dare un nome ad ognuno degli esemplari, piuttosto che segnarli con un numero come si è soliti fare in questo ambito.
Ignorando qualsiasi tipo di protocollo accademico, la Goodall entrò nella società degli scimpanzè in maniera del tutto naturale, instaurando un rapporto diamicizia e fiduciache diventò la chiave di quella che oggi conosciamo come una delle ricerche etologiche più importanti mai condotte.
Ovviamente, gli animali in un primo momento furono diffidenti nei suoi confronti, ma con il tempo l’impavida ricercatriceriuscì a fare breccia nel cuore dei primati, riuscendo ad approfondire aspetti della loro personalità e della loro cognizione fino a quel momento sconosciuti.
Jane Goodall: la fama e le battaglie odierne
Nel1963, il primo articolo che racconta la sua esperienza venne pubblicato suNational geographic, portandola prima alla fama mondiale e successivamente aldottorato (pur non essendosi mai laureata) presso l’università di Cambridge nel 1965.
Negli anni successivi fino ai giorni nostri, la professoressaGoodallha contribuito alla caratterizzazione di specie e generi come ibonoboe igorilla, diventando portavoce (in particolare con l’istituzione, nel 1977, delJane Goodall Institute) di una campagna mirata alla protezione dei primati in tutto il globo.

«In che termini dovremmo pensare a questi esseri, non umani eppure con così tante caratteristiche simili a quelle umane? Come dovremmo trattarli? Sicuramente dovremmo trattarli con la stessa considerazione e gentilezza che mostriamo nei confronti degli esseri umani. E poiché riconosciamo i diritti umani, dovremmo riconoscere anche i diritti delle grandi scimmie? La risposta è sì»
Anche negli ultimi decenni,Jane Goodallsi è battuta non solo per i suoi amici primati, ma anche perl’equità del genere femminileel’estensione dei diritti umani in Africa, così come perl’implementazione di modelli di crescita sostenibili nei paesi a rischio.
La prova più concreta del legame tra uomini e scimmie, forse, rimane il fatto cheuna donna vissuta 40 anni con questi primatisembra essersi mantenuta molto più umana di tanti personaggi noti rimasti, invece, ancora all’età della pietra.
LEGGI ANCHE:
Radioactive: il genio ribelle di Marie Curie
Mulan: il segreto archeologico nascosto dietro la principessa Disney







