Cina: dentro i moderni campi di concentramento in cui sono rinchiusi più di 3 milioni di musulmani

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campi di concentramento moderni in cina

Il finto tutorial di make up pubblicato da una giovane statunitense su Tik Tok ha acceso i riflettori su una realtà poco conosciuta, anzi, quasi del tutto ignorata nel mondo occidentale, ma (almeno per come la vedo io), anche se “per fortuna” qui non ci sono camere a gas e forni crematori, terrificante quanto il lager di Auschwitz: i campi di concentramento cinesi in cui sono rinchiusi più di 3 milioni di musulmani.

L’inizio di una giornata come tante: le guardie individuano tra le prigioniere la ragazza più carina – un’adolescente con la testa rasata e con indosso una semplice uniforme come tutte le altre prigioniere schierate fuori in silenzio.

Le dicono di confessare i suoi crimini, lei insiste di essere una protestante, le ordinano di togliersi i vestiti – e poi subisce abusi, ripetuti, davanti a circa 200 uomini e donne che sono costretti a guardare una scena di un orrore inimmaginabile.

Tuttavia, durante la sua tortura, la ragazza non osa urlare di terrore o gridare di dolore, perché le è stato ordinato di non reagire. Sa infatti che, se emette anche un solo suono, i suoi parenti potrebbero subire un destino uguale al suo.

E se qualcuno di quelli costretti a guardare chiude gli occhi, trasale o mostra rabbia, viene trascinato in una stanza speciale e torturato.

Questo è quello che accade, giornalmente, solo nel centro educativo e di formazione professionale di Dabancheng, nella regione autonoma uigura dello Xinjiang.

Sayragul Sauytbay “Ero una delle prigioniere che ha assistito a quella ferocia”

“Le era stato detto di non dire nulla” ha confermato Sayragul Sauytbay, dopo aver dichiarato che lei si trovava proprio lì, tra quelle prigioniere, ad assistere a quella ferocia.

“Tutti coloro che hanno reagito, che sono rimasti scioccati o hanno distolto lo sguardo, sono stati puniti, visto che hanno dimostrato di non essere ancora obbedienti né tanto meno di essere cambiati psicologicamente. Io invece ho perso una parte di me stessa quando l’ho guardata.”

“Non ricordo quanti uomini abbiano abusato di lei, perché ero rimasta sconvolta dallo shock. Non riuscivo a dormire la notte e, ad un certo punto, dovette diventare insensibile, anche dentro.”

Ora però Sauytbay sta parlando, liberamente, della barbarie che ha visto all’interno di uno dei “centri di rieducazione” clandestini che si trovano in Cina.

All’interno di questi centri, secondo quanto dichiarato dal video Tik Tok girato dalla teenager prima che il suo account venisse chiuso, sarebbero rinchiusi anche più di 3 milioni di musulmani, provenienti dalle regioni occidentali del Paese.

Sauytbay era stata costretta a lavorare come insegnante all’interno di uno di questi centri – almeno fino a quando non scappò dalla Cina dopo aver saputo che ci sarebbe tornata dentro, ma come prigioniera.

La sua testimonianza offre una visione unica dei brutali gulag di Pechino, istituiti negli ultimi tre anni.

Arriva quando emergono lentamente dettagli terrificanti sulla repressione cinese, sui suoi giganteschi campi di concentramento, sui raduni di massa e sulle moschee rase al suolo, in una regione enorme e inondata da forze di sicurezza, posti di blocco e telecamere di riconoscimento facciale.

La repressione, messa in atto presumibilmente per contrastare il terrorismo islamico, si concentra sugli uiguri, una minoranza etnica composta da 12 milioni di persone, legata ai turchi, ma che dialoga anche con altri gruppi musulmani come i kazaki, i taji e gli uzbeki.

Campi di concentramento cinesi: il confronto inevitabile con Auschwitz e gli altri lager tedeschi

Sauytbay, una delle sopravvissute, non può fare a meno di comparare i lager cinesi che si trovano nella regione dello Xinjiang con gli sforzi nazisti per sradicare gli ebrei tramite l’uso della sorveglianza di massa, dei campi di concentramento, dei matrimoni forzati, delle procedure mediche segrete, della sterilizzazione e della tortura.

“Forse stanno addirittura diventando peggiori di quelli nazisti, perché possono combinare ovunque le ultime tecnologie, come la sorveglianza 24 ore su 24, con i metodi più primitivi di tortura.”

All’interno del campo questo è stato realizzato nella temuta “Stanza nera”, l’unica stanza priva di telecamere per monitorare tutti, dove venivano utilizzati dispositivi come apparecchiature di elettrocuzione, manganelli, pistole stordenti e persino un sedile tempestato di chiodi affilati.

“Di notte si sentivano costantemente urla da lì” ha continuato Sauytbay, che ora ha 43 anni. “A volte le persone venivano riportate e gettate nelle classi gravemente picchiate, con le unghie strappate o il sangue su tutto il sedere e le cosce. Altri non sono mai tornati, quindi credo che siano morti.”

Anche lei è stata mandata in quella stanza dopo che una donna di 84 anni, appena giunta nel campo e vedendola, l’aveva abbracciata e l’aveva supplicata di aiutarla:

“Quella donna era sospettata di avere contatti con persone all’estero, ma era un’anziana pastora di montagna, che non aveva mai avuto un cellulare in tutta la sua vita. Venni portata nella stanza nera e picchiata su tutto il corpo con storditori elettrici, poi venni lasciata a digiuno per due giorni. Continuavano a chiedermi cosa avessi detto alla vecchia signora.”

Dopo la sua fuga dalla Cina, seguita da una battaglia legale in Kazakistan per resistere al rischio di ritornare tra le grinfie di Pechino, Sauytbay ha trovato rifugio con suo marito Uali e i loro due figli in una tranquilla cittadina situata sulla costa sud della Svezia.

Ma questa coraggiosa donna kazaka, che si è formata come medico, e che ha gestito anche cinque scuole prima di cadere tra le grinfie della repressione, rimane ossessionata dai terribili ricordi:

“La cosa peggiore era che tutte le persone non avevano il permesso di parlare, ma mi supplicavano attraverso gli occhi di chiedere aiuto.”

Le sue affermazioni sono molto inquietanti. Sebbene rimangano impossibili da verificare, si intrecciano con i resoconti dati da un’altra manciata di altri ex prigionieri che sono evasi e che, giunti nei Paesi Occidentali, hanno deciso di testimoniare.

Un’altra ex prigioniera, l’anno scorso (2018), ha parlato di percosse, di elettrocuzione e anche di essere stata costretta ad assumere delle droghe pesanti.

Una “tipica” giornata in un campo di concentramento cinese

Alle 6.00 i prigionieri vengono svegliati, mentre tra le 6.00 e le 7.00 c’è la “colazione”, a base di riso acquoso o zuppa di verdure con pezzettini di pane.

Tra le 7.00 e le 9.00 si svolgono invece le lezioni frontali basate su cartelli con scritte come “Io sono cinese”, “Sono fiero di essere cinese” e “Lunga vita al Partito Comunista”. I prigionieri ripetono queste frasi cantandole.

Dalle 09.00 alle 11.00 c’è la ripetizione della stessa lezione e degli stessi canti.

Dalle 11.00 alle 12.00 ci sono i mantra, con i detenuti che ripetono frasi come “Vorrei sacrificare la mia vita per il Partito Comunista.”

Pranzo dalle 12.00 alle 14.00 con le stesse pietanze della colazione: riso acquoso o zuppa di verdure con pezzettini di pane.

Dalle 14.00 alle 16.00: canzoni patriottiche come “Senza il Partito Comunista, non ci sarebbe una nuova Cina.”

Dalle 16.00 alle 18.00: autovalutazione per confessare i propri “crimini”.

Dalle 18.00 alle 20.00: cena con le stesse cose del pranzo e della colazione.

Dalle 20.00 alle 22.00: i prigionieri devono riflettere sui propri “crimini” mentre sono in piedi contro un muro di cemento con le braccia alzate.

Dalle 22.00 alle 24.00: altro momento di autovalutazione basato sulle proprie riflessioni.

Dalle 24.00 alle 06.00: riposo sul fianco destro da fermi.

Sayragul Sauytbay “A volte provo a ricordare com’era il mondo prima, ma è difficile.”

Proseguendo con il suo racconto, Sauytbay ha confessato che, a volte, cerca di ricordare com’era la vita prima dell’arrivo del Partito Comunista, ma che “è difficile”:

“Non avevamo tutta questa tecnologia avanzata, ma eravamo felici.”

Suo padre gestiva una scuola e lei crebbe con tre fratelli in una zona rurale, piena di animali da fattoria e di alberi da frutto. Finché le maree dei cinesi Han iniziarono ad arrivare negli anni Novanta, portando via la terra e i minerali che provenivano dalle montagne.

“È stata una sottrazione graduale” ha ricordato Sauytbay. “Dicevano che volevano modernizzare lo Xinjiang, ma era era la nostra terra, la nostra cultura, il nostro popolo – erano come una forza straniera proveniente dall’Europa che stava cercando di colonizzare l’Africa.”

“All’inizio non c’era odio, ma poi hanno cominciato a costruire tutte queste fabbriche e a far saltare in aria le nostre montagne. Il fiume smise di scorrere, il che significa che dovettimo iniziare a camminare molto per procurarci l’acqua e la neve diventava nera in superficie durante l’inverno.”

I dati ufficiali mostrano che il governo di Pechino investì molto denaro, e altrettante risorse, nella regione mentre si muovevano milioni di persone. I cinesi Han ora comprendono due persone su cinque nello Xinjiang, un aumento di sette volte da quando la regione è stata annessa nel 1949.

Come per il Tibet, questa sottrazione è stata sostenuta da una spinta del Partito Comunista, mirata a spazzare via le culture, le arti e la religione locale.

Lavorando nelle scuole, Sauytbay ha visto questa cosa in prima persona con i bambini costretti a parlare in cinese e a dimenticare la loro lingua tradizionale.

Eppure rimase sconcertata quando il figlio, che allora aveva tre anni, iniziò a rifiutarsi di andare all’asilo – fino a quando non le disse che la bocca gli era stata sigillata per tutto il giorno perché parlava solo kazako.

“Avevo il cuore spezzato: mio figlio veniva maltrattato nella sua scuola.”

Le proteste contro il governo e l’inizio della repressione cinese

Dopo un’eruzione di proteste antigovernative e di attacchi terroristici mortali, il presidente Xi Jinping ha richiesto più di ogni cosa “una lotta contro il terrorismo, l’infiltrazione e il separatismo” senza “alcuna pietà”.

Sauytbay è stata costretta ad insegnare in uno dei campi di rieducazione subito dopo che il marito e i suoi figli scapparono dalla Cina – scappati poche settimane prima che tutti i passaporti fossero confiscati.

Non poté unirsi a loro perché i funzionari pubblici erano già stati messi a disposizione con i loro passaporti – e si spaventò ancora di più per il suo futuro quando le forze di sicurezza iniziarono a radunare le persone, prelevando campioni di DNA e installando telecamere ovunque.

Nel gennaio del 2017 venne arrestata e le ordinarono di dire alla famiglia di tornare a a casa, costringendola anche a non rivelare il motivo della sua richiesta. Interrogazioni simili sono continuate – spesso per tutta la notte – quasi settimanalmente per i successivi dieci mesi.

Non osava dire a nessuno quello che stava succedendo, nemmeno alla sua famiglia:

“C’erano telecamere ovunque nelle strade e nessuno parlava con gli altri, nemmeno a casa, poiché tutto era sotto controllo e ci era stato ordinato di segnalare qualsiasi attività sospetta.”

Poi le fu ordinato di andare ad un indirizzo dove quattro uomini armati si misero una borsa nera in testa e la fecero camminare, per circa quattro ore, in un campo di montagna:

“Ero così piena di terrore. Pensai che quella sarebbe stata la mia destinazione finale.”

Al suo arrivo Sauytbay venne spogliata di tutti i suoi averi, poi le venne consegnata un’uniforme militare, le venne detto che sarebbe stata un’insegnante, poi venne costretta a firmare un documento in cui era scritto che accettava la pena di morte in caso avesse infranto le regole che proibivano di ridere, di piangere o di parlare con i prigionieri.

Le diedero una sua stanza, completamente sterile, con un sottile materasso di plastica sul pavimento – ancora meglio di quello dei prigionieri incatenati, che venivano messi in un metro quadrato di spazio ciascuno e venivano costretti a dormire su un lato, stipati l’uno contro l’altro in celle di cemento.

“Questa era solo una regola. Non c’era motivo per cui i prigionieri dovessero dormire su un lato preciso. Era solo un’altra forma di tortura, ma se ti rifiutavi, venivi portato nella stanza nera.”

La mattina dopo iniziò ad insegnare a circa 60 prigionieri, che dovevano recitare lodi per la Cina, cantare inni di lealtà verso il Partito Comunista e confessare i propri “crimini”:

“Avrebbero confessato qualsiasi cosa pur di suscitare i sospetti del governo. Per esempio, se erano molto religiosi, dicevano che avevano parlato alla loro famiglia di Allah.”

Le persone che erano musulmane e praticanti furono costrette a mangiare carne di maiale il venerdì:

“Il cibo era molto scarso – non lo definirei mai cibo, perché era solo zuppa o riso acquoso -, ma se non lo mangiavi, finivi nella stanza nera.”

Gli insegnanti e i prigionieri erano terrorizzati dalle guardie, perché erano come “cani selvaggi con un potere illimitato”, che prendevano le donne e non si facevano troppi problemi ad abusarne:

“Quando le guardie sceglievano le ragazze più carine, sapevi già cosa sarebbe successo.”

Quegli esperimenti medici che in Occidente vengono taciuti dai media

Sauytbay ha anche aggiunto che le guardie, oltre ad abusare delle donne, forzavano anche i prigionieri ad assumere farmaci:

“Non era un segreto, perché tutto veniva fatto in stanze dove si poteva vedere tutto quello che accadeva al loro interno. Spesso in queste stanze i farmaci venivano iniettati in un colpo solo e su interi gruppi di persone.”

Quando vide i medicamenti per la prima volta, l’ex detenuta ne riconobbe alcuni, perché avevano fatto parte della sua formazione come medico:

“I nomi di quei farmaci mi vennero detti da un’infermiera. Mi disse che erano per prevenire l’aids e le malattie, ma io penso che in realtà fossero per sterilizzare le persone e impedire che avessero figli.”

Queste affermazioni agghiaccianti non possono essere confermate, ma Sauytbay ha dichiarato che quei farmaci non solo fecero cessare alle donne di avere il ciclo per un certo periodo, ma in più un uomo che si trovava recluso in un altro campo disse che, per colpa loro, era diventato impotente.

Il destino dei bambini dei carcerati e i matrimoni forzati

Le sue accuse si collegano alle notizie di bambini, appartenenti a gruppi di minoranze etniche, inviati all’interno di orfanotrofi gestiti dallo Stato, e istituiti nello Xinjiang, e di donne costrette a risposarsi con uomini cinesi.

Il suo campo, secondo le sue stime, conteneva circa 2500 persone, compresi bambini di 13 anni, ma non ne conosce la posizione esatta.Non le è stato permesso di andarsene per quattro mesi.

Il suo incubo è terminato a febbraio 2018, quando le dissero di tornare a casa e di non raccontare ad anima viva quello che aveva visto. Le misero anche una borsa nera in testa prima di riportarla nella sua città natale.

Qualche giorno più tardi però venne di nuovo arrestata e accusata di essere un’agente segreta, perché la sua famiglia si trovava ancora all’estero.

La polizia le disse che aveva bisogno di tre anni di “rieducazione”, quindi le fece firmare un documento in accordo con la sua decisione, ma lei riuscì a scappare dopo essere stata rimandata a casa e prima di scrivere un rapporto sulla gestione delle sue scuole:

“Sapevo che non sarei mai uscita viva da quel centro dopo quello che avevo visto. Pensai che, se proprio dovevo morire, dovevo farlo nel tentativo di rivedere la mia famiglia.”

Consapevole di essere monitorata, Sauytbay tornò a casa, preparò la cena, poi fuggì attraverso una finestra sul retro, raggiungendo il confine più vicino dopo due terrificanti corse in taxi:

“La Cina ha un’agenda di “Una Nazione, un’Etnia” e non accetterà alcuna resistenza al raggiungimento dei suoi obiettivi, ma ha rinunciato alla sua umanità.”

“Il mondo deve guardare oltre le opportunità economiche e vedere l’agenda nascosta, il terrore e il modo in cui il Partito Comunista opprime le persone. Il mondo libero deve alzare la voce contro la tirannia che ho visto nel regime cinese.”

Di Francesca Orelli

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